Manovra 2026, il Senato sblocca lo stallo: saltano Tfr e stretta previdenziale
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Redazione Interno
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La manovra finanziaria per il 2026, dopo una notte di tensioni culminate con la minaccia della Lega di far saltare la maggioranza, ha imboccato al Senato una strada diversa da quella tracciata solo pochi giorni fa. Il governo ha infatti presentato nuovi emendamenti che riscrivono profondamente la bozza di bilancio, operando una decisa retromarcia su due fronti cruciali: viene stralciata la norma che avrebbe destinato in via semi-automatica il trattamento di fine rapporto dei nuovi assunti ai fondi pensione complementari, e cade anche il nuovo prelievo sul settore assicurativo che avrebbe dovuto finanziare parte degli interventi. A saltare, in sostanza, è l’intero pacchetto previdenziale avanzato dal ministero dell'Economia, il cui impianto aveva trovato il netto rifiuto degli alleati leghisti, i quali – è bene ricordarlo – vedono proprio un esponente del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, alla guida di quel dicastero.
Le richieste del Pd e la reazione della Lega
Proprio questa contraddizione, per cui un pilastro del governo finisce per opporsi alle misure elaborate dal proprio ministro, spinge ora il Partito Democratico a chiedere con forza le dimissioni di Giorgetti dall’incarico, invitandolo in alternativa a presentarsi in Parlamento per spiegare le ragioni di un simile arretramento. La segretaria dem Elly Schlein, da parte sua, aveva già attaccato con parole durissime le proposte iniziali, bollandole come una stangata e un furto ai danni di diverse generazioni. La Lega, dal canto suo, cerca di scaricare le responsabilità sui tecnici del ministero, dipingendo l’accaduto come il frutto di un disallineamento tra la politica e la sua amministrazione, in un tentativo di stemperare le tensioni che pure hanno messo a nudo le faglie interne all’esecutivo.
Una maggioranza tra assestamenti e contraddizioni
La sequenza degli eventi, che dall’impasse ha portato allo stralcio, solleva interrogativi sulla solidità dell’accordo di coalizione, mostrando come la compattezza formale spesso sbandierata debba fare i conti con divergenze profonde quando si tratta di tradurre le intenzioni in provvedimenti concreti. La maggioranza, tuttavia, sembra poter gestire queste sue contraddizioni senza pagare, almeno per il momento, un prezzo politico elevato, approfittando delle divisioni che lacerano il campo avversario, dove Pd e Movimento 5 Stelle faticano a trovare una linea comune di opposizione. Ciò permette agli alleati di governo di ricalibrare le proprie posizioni, in un processo di assestamento continuo che tocca non solo la manovra e il delicato tema delle pensioni, ma che potrebbe estendersi, secondo alcuni osservatori, perfino a dossier di politica estera come il sostegno all’Ucraina, su cui le sensibilità non sono univoche.
Le opposizioni e il quadro politico
Per le opposizioni, lo spacchettamento del maxiemendamento e il ripiegamento del governo non sono altro che la conferma di una maggioranza disorientata e incapace di portare avanti il proprio programma, costretta a rinunciare a pezzi significativi della manovra sotto la pressione dei propri stessi componenti. Questo caos legislativo, unito al venir meno di misure presentate come necessarie, offre ai partiti di opposizione un argomento forte per denunciare l’incapacità di gestione e il tradimento delle promesse fatte agli elettori, in un contesto economico già difficile per molte famiglie e imprese. La scena politica appare dunque dominata da un doppio movimento: da un lato, la ricerca faticosa di un equilibrio all’interno della coalizione di governo; dall’altro, la difficoltà delle forze di opposizione a capitalizzare queste frizioni, restando spesso imprigionate in logiche di competizione reciproca.




