La Sicilia in vetta alla classifica dei rincari del gasolio, scatta l’allarme speculazione
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Redazione Economia
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L’onda lunga del conflitto in Medio Oriente, e più precisamente l’attacco all’Iran che ha fatto seguito alle direttive degli Stati Uniti con il presidente Trump nuovamente alla Casa Bianca, si è infranta con violenza contro i distributori italiani di carburante, innescando una dinamica di aumenti che in pochi giorni ha riportato la pressione sulle tasche degli automobilisti e, a cascata, sull’intero sistema dei trasporti. L’osservatorio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, incrociato con le elaborazioni dell’Unione Nazionale Consumatori, fotografa un rincaro che non è stato omogeneo sul territorio nazionale ma che anzi ha colpito in maniera particolarmente acuta il Mezzogiorno e, in testa a tutte, la Sicilia, dove in sole quarantotto ore, tra il 4 e il 6 marzo, il costo del gasolio in modalità self-service ha fatto segnare un balzo in avanti di 11,6 centesimi al litro. Una progressione che, tradotta in termini concreti per chiunque si trovi a dover fare rifornimento nell’isola, significa un esborso aggiuntivo che sfiora i sei euro, per la precisione 5,80, ogni volta che si riempie un serbatoio medio da cinquanta litri.
L’impennata delle quotazioni internazionali e il peso specifico dello Stretto di Hormuz
Sarebbe riduttivo, tuttavia, interpretare il fenomeno esclusivamente come una diretta e meccanica conseguenza dell’aumento del greggio, sebbene il Brent europeo – dopo aver chiuso la seduta in rialzo – abbia viaggiato intorno agli 87 dollari al barile per i futures con scadenza a maggio, mentre il Wti texano ha sfiorato quota 84 dollari, segnando un balzo di oltre quattro punti percentuali. Il nodo cruciale, come spiegano gli analisti del settore, risiede piuttosto nella natura dei prodotti raffinati e nella loro dipendenza logistica da un’area geografica specifica. L’Unione Energie per la Mobilità ha evidenziato come il 57% del gasolio importato dall’Italia e il 20% del jet fuel transitino abitualmente attraverso lo Stretto di Hormuz, quel sottile corridoio marittimo la cui chiusura, anche solo parziale e timorosa, genera un’impennata immediata dei costi assicurativi e delle quotazioni Platts dei raffinati. Ne è conseguito che il prezzo del gasolio alla pompa ha subito un’accelerazione ben più violenta di quella della benzina, essendo legato a doppio filo con le forniture che provengono dalle raffinerie del Golfo Persico, quelle stesse raffinerie che, in anni recenti, avevano incrementato la loro quota di mercato in Europa sopperendo al calo della capacità produttiva interna al continente.
La reazione del governo e l’ombra della speculazione sui listini
Di fronte a questo scenario, il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha immediatamente convocato la Commissione di allerta rapida, presieduta da Benedetto Mineo – più noto come “Mister Prezzi” – con l’obiettivo dichiarato di vederci chiaro lungo tutta la filiera, dalla raffinazione alla vendita al dettaglio. Il ministero, attraverso una nota, ha fatto sapere che il monitoraggio era già stato potenziato nei giorni immediatamente successivi all’inizio delle ostilità, con specifica attenzione ai listini consigliati dalle compagnie e ai margini di distribuzione, e che i primi elementi raccolti erano già stati trasmessi alla Guardia di Finanza per gli approfondimenti del caso. La posizione del governo, tuttavia, è costretta a destreggiarsi tra la constatazione oggettiva di un contesto geopolitico incerto e la necessità di fugare i sospetti, sempre più insistenti, che dietro ai rincari si nascondano manovre speculative. Lo stesso Urso, del resto, ha pubblicamente ammesso che sono stati segnalati alcuni casi di sospetta speculazione, e l’ipotesi che qualche operatore stia approfittando della tensione per gonfiare i prezzi oltre il dovuto ha trovato terreno fertile nelle parole del presidente di Assoutenti, Gabriele Melluso, il quale ha annunciato un esposto all’Antitrust per verificare quella che definisce “un’anomalia” nella velocità e nell’entità degli adeguamenti.
L’emergenza degli autotrasportatori e i primi effetti a catena sull’economia reale
Nel frattempo, il caro-gasolio ha già messo in ginocchio un settore, quello dell’autotrasporto, che rappresenta l’ossatura portante della logistica nazionale, movimentando da solo oltre l’80% delle merci che viaggiano su strada. Le sigle di categoria, da Cna Fita a Conftrasporto, hanno lanciato l’allarme, calcolando che l’aggravio medio annuo per ciascun tir si attesti già sui 2.400 euro, una cifra destinata a moltiplicarsi fino a superare i 13.000 euro se il conflitto dovesse protrarsi e i prezzi mantenersi su questi livelli. Il paradosso, denunciato con forza dalle stesse associazioni, è che i rincari alla pompa si stanno applicando a carburante acquistato e raffinato mesi addietro, quando le quotazioni internazionali erano ben più basse, il che renderebbe ingiustificata la rapidità e l’ampiezza del rialzo. Non stupisce, dunque, che l’emergenza abbia già varcato i confini del settore per riverberarsi sui bilanci familiari, come dimostra l’analisi condotta da Adiconsum Cagliari, che ha stimato per ogni nucleo familiare del cagliaritano una stangata annua potenziale di 480 euro, somma che comprende non solo il maggior costo dei pieni, ma anche l’inevitabile effetto a cascata sui prezzi al dettaglio dei beni di consumo, i quali, per arrivare sugli scaffali, dipendono in larga misura dalla gomma.




