I dazi di Trump rischiano di avvantaggiare la Cina, mentre il mercato globale valuta le conseguenze
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Redazione Esteri
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L’annuncio dei nuovi dazi statunitensi su una vasta gamma di importazioni ha scatenato reazioni contrastanti, con analisti e istituzioni finanziarie che già ipotizzano un paradosso: quello per cui, alla lunga, a beneficiarne potrebbe essere proprio la Cina, il principale bersaglio delle misure protezionistiche di Donald Trump. Se nell’immediato la mossa della Casa Bianca potrebbe dare l’impressione di riportare in patria produzioni e occupazione, le conseguenze a medio termine appaiono meno scontate, con il rischio concreto di un indebolimento strutturale dell’economia americana.
Franklin Templeton, Ubs Global Wealth e Aberdeen sono tra i gestori che hanno segnalato come Pechino, in risposta alla guerra commerciale, potrebbe accelerare politiche a sostegno delle proprie imprese, compensando così gli effetti negativi dei dazi. Una prospettiva che, se confermata, ribalterebbe le intenzioni iniziali di Trump, trasformando il suo piano in un boomerang. Il tycoon, che in campagna elettorale aveva minacciato tariffe fino al 60%, ha finora imposto un complessivo 54% sulle merci cinesi, superando le già pessimistiche previsioni di Pechino, che si attendeva una soglia del 40%.
La reazione cinese non si è fatta attendere, con accuse di «bullismo unilaterale» rivolte agli Stati Uniti. Pechino, pur promettendo ritorsioni, si trova però a fare i conti con uno scenario inedito, in cui le politiche protezionistiche americane potrebbero erodere la competitività delle aziende Usa, come sottolineato anche dal Wall Street Journal. Secondo l’editoriale del quotidiano, l’aumento dei costi per imprese e consumatori negli Stati Uniti rischia di accelerare il declino della leadership economica del Paese, favorendo invece chi, come la Cina, saprà adattarsi più rapidamente alle nuove regole del gioco.
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