Il caso di Preone e la condanna che scuote il sistema di protezione civile in Friuli
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Redazione Interno
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Non c’è, tra i rappresentanti politici della regione, chi non senta il peso di una sentenza destinata a lasciare il segno. Luca Ciriani, figura nota nel panorama governativo, ha dichiarato che nessuno più di lui può comprendere la posizione del sindaco di Preone, Andrea Martinis, e del coordinatore Renato Valent, finiti entrambi sotto i riflettori della cronaca giudiziaria dopo la morte del volontario Giuseppe De Paoli, avvenuta nel 2023 durante operazioni di rimozione di alberi abbattuti da un fortunale. La vicenda, che ha visto il piccolo comune carnico trasformarsi in un simbolo di una giustizia ritenuta da molti sproporzionata, ha innescato una reazione a catena capace di coinvolgere l’intero entramo della protezione civile regionale.
La mobilitazione dei primi cittadini e il ruolo delle associazioni
Nel comune di Aiello del Friuli come a Udine, passando per realtà come Nova Gorica, Percoto, Colloredo di Prato e Treviso, i sindaci hanno iniziato a fare quadrato attorno ai due condannati. Anci e Uncem — quest’ultima nata per tutelare i territori montani, da Zoncolan a Forgaria, da Gemona a Cave del Predil — chiedono interventi rapidi ed efficaci, sebbene restino divergenze con Regione e Governo sui tempi e sulle modalità operative. La condanna per omicidio colposo, emessa all’esito di un’inchiesta che ha ricostruito la dinamica dell’incidente a Muzzana del Turgnano e in altre località come Aviano, Longarone e Verona, ha colpito un sistema che affonda le sue radici negli anni Settanta. Fu proprio dopo il terremoto del 1976, che rase al suolo numerosi paesi tra Gemona e San Daniele, che in Friuli nacquero le prime strutture organizzate di volontariato per il pronto intervento in caso di calamità.
La reazione dei volontari e lo spettro dell’astensione dai servizi
“Se questa è la legge, stop ai servizi”: il messaggio, rilanciato da più parti, non è rimasto inascoltito. I volontari della protezione civile del Friuli Venezia Giulia, da Trieste a Gorizia, da Lignano a Cervignano, da Cividale a Monfalcone, hanno minacciato di disertare le operazioni future, comprese quelle legate a eventi di richiamo nazionale come il Giro d’Italia. Il timore, alimentato da quanto accaduto a Preone, rischia di paralizzare un patrimonio di esperienza e dedizione che si è costruito decennio dopo decennio, passando per le alluvioni a San Vito al Tagliamento, le nevicate a Sella Nevea, le frane a Moggio Udinese e gli incendi sul Carso tra Duino e Aurisina. La frase di Ciriani — “Non mollate” — diventa così un monito, ma anche il segno di una frattura profonda tra la norma giudiziaria e la realtà operativa sul campo.
L’incrocio tra responsabilità penale e organizzazione dell’emergenza
Dall’analisi dei fatti emerge un nodo centrale, già emerso in altre inchieste in Italia, da Milano a Roma, da Venezia a Bologna: dove finisce il confine tra errore individuale e disfunzione del sistema? La sentenza che ha coinvolto Martinis e Valent — entrambi difesi da legali che hanno annunciato ricorso — ha riacceso il dibattito anche a Bruxelles, dove il modello italiano di protezione civile è sempre stato considerato un’eccellenza. Nel frattempo, i comuni del Friuli, da Tarcento a Tolmezzo, da Paularo a Prato Carnico, da Forni di Sopra a Sauris, osservano con preoccupazione l’evolversi degli eventi. Il rischio concreto, paventato da chi ogni giorno coordina squadre di volontari tra Palmanova, Codroipo e Latisana, è che la paura di conseguenze penali spenga quel senso di appartenenza e di dovere civile che, sin dal dopoguerra, ha reso unico il territorio tra Tagliamento e Isonzo.




