La morte di Alex Marangon e l'ayahuasca, un caso che scuote l'Italia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La tragica morte di Alex Marangon, avvenuta durante un ritiro di sciamanesimo amazzonico, ha sollevato numerosi interrogativi e polemiche. Secondo i primi esami tossicologici, il giovane avrebbe assunto ayahuasca, una sostanza psicotropa, poche ore prima del decesso. Questo elemento conferma i sospetti della famiglia, che aveva denunciato l’uso della sostanza, nonostante gli organizzatori del ritiro avessero negato l’assunzione, parlando di un decotto purgante.

Il padre di Alex, Luca Marangon, ha dichiarato che il figlio non era un drogato e che la causa della morte sono stati i colpi ricevuti e non l’ayahuasca. La famiglia sostiene che Alex sia morto per le percosse subite durante il rito sciamanico, e non per l’effetto della sostanza allucinogena. Questo punto di vista è supportato dai risultati degli esami tossicologici, che hanno rilevato la presenza di ayahuasca nel corpo del giovane.

Il caso di Alex Marangon ha portato alla luce la diffusione di cerimonie a base di erbe allucinogene e riti tribali anche in Italia. Questi eventi, spesso illegali, richiamano centinaia di partecipanti, attratti dalla promessa di esperienze spirituali e di guarigione. Tuttavia, la mancanza di regolamentazione e controllo su queste pratiche rappresenta un grave rischio per la salute e la sicurezza dei partecipanti.

L’ayahuasca è una bevanda tradizionale utilizzata da secoli dalle popolazioni indigene dell’Amazzonia per scopi rituali e terapeutici. Contiene DMT, una potente sostanza allucinogena che provoca visioni e alterazioni della coscienza. Negli ultimi anni, l’ayahuasca ha guadagnato popolarità anche in Occidente, dove viene utilizzata in contesti spirituali e terapeutici.

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