Salute mentale in Italia, tra diritti e attese: il peso di una cura che stenta a decollare

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quando, nel lontano 1978, la legge 180 – nota a tutti come legge Basaglia – decretò la chiusura dei manicomi, il Paese compì una scelta di civiltà senza precedenti, pionieristica a livello mondiale, orientando il modello di assistenza verso una rete di servizi territoriali che prometteva inclusione e diritti. Quella norma, il cui merito storico è indiscutibile, ha plasmato un sistema che oggi, a quasi cinquant’anni di distanza, mostra tutte le sue crepe sotto il peso di una domanda d’aiuto cresciuta in modo esponenziale. Si calcola, infatti, che disturbi come ansia e depressione, i più diffusi, interessino ormai una persona su sei, un dato che la pandemia non ha fatto che accentuare, rendendo la salute mentale un vero e proprio indicatore sociale, trasversale a età, condizioni economiche e geografie.

Il labirinto dei servizi e l'attesa che logora

Il quadro teorico disegnato dalla riforma, con i suoi Centri di Salute Mentale, i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura e le strutture intermedie, rappresenta un'intelaiatura solida sulla carta. Nella realtà dei fatti, però, i percorsi di cura si trasformano spesso in un labirinto di attese infinite, dove liste d’attesa prolungate e risorse insufficienti finiscono per amplificare la sofferenza di chi cerca un sostegno. L’impatto di questa carenza, che qualcuno definisce un "costo invisibile", si riverbera ben oltre la sfera clinica: consuma giornate lavorative, erode il rendimento professionale, isola le persone, alimenta tensioni familiari e, non di rado, diventa la causa di accessi ripetuti al pronto soccorso, l’unico presidio sempre aperto ma spesso impreparato a gestire tali fragilità.

Il fardello economico, ieri e oggi

Discorso a parte merita il capitolo dei costi, un dato che – è bene ricordarlo – era di gran lunga più oneroso prima della chiusura degli ospedali psichiatrici. Quelle "cittadelle della follia", come venivano talvolta definite, dovevano infatti essere autosufficienti sotto ogni aspetto, producendo al proprio interno gran parte dei beni necessari alla sopravvivenza degli internati, dal cibo all'abbigliamento. Oggi, se il modello territoriale ha di certo abbattuto quelle spese, il peso economico rimane comunque significativo e grava in misura non indifferente sulle famiglie, costrette a integrare con risorse private un'offerta pubblica che non sempre riesce a essere tempestiva e continuativa.

Cronaca nera e percorsi giudiziari: il caso limite

Le conseguenze di un sistema sotto stress emergono, talvolta in modo tragico, anche nelle pagine di cronaca, dove fatti di sangue legati a disturbi psichici non adeguatamente seguiti sollevano interrogativi profondi. Le inchieste che seguono questi episodi, condotte con il necessario rispetto per le vittime e senza scadere in dettagli morbosi, portano alla luce la complessità di situazioni in cui il confine tra diritto alla cura e sicurezza può diventare labile, mostrando come il fallimento di un intervento precoce possa avere sviluppi giudiziari di lunga durata. È in queste circostanze che la carenza di una rete capace di intercettare il disagio si manifesta nella sua forma più cruda e definitiva.

La strada tracciata da Basaglia, dunque, resta un faro imprescindibile, ma il viaggio per realizzarne appieno gli intenti appare ancora lungo. Il Paese si trova a dover conciliare una visione umana e progressista dell'assistenza con la necessità di risorse adeguate e di una organizzazione in grado di rispondere a bisogni diventati, nel frattempo, più diffusi, più complessi e più urgenti di quanto si potesse immaginare alla fine degli anni Settanta.

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