Leone XIV in Africa, il cardinale Parolin: “I cattolici siano protagonisti del cambiamento”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dodici giorni che riscrivono, almeno nelle intenzioni della diplomazia vaticana, il perimetro dell’influenza cattolica in un continente spesso ridotto a periferia geografica eppure cruciale per il futuro della Chiesa. Da lunedì 13 a giovedì 23 aprile, papa Leone XIV toccherà quattro nazioni – Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale – in quello che già viene definito il suo viaggio più articolato dal punto di vista logistico e, aggiungono i suoi collaboratori, anche dal profilo simbolico. La novità assoluta, va detto senza enfasi, è rappresentata dalla tappa algerina: nessun pontefice moderno aveva mai messo piede in un Paese a stragrande maggioranza musulmana (oltre il 98 per cento della popolazione) e dove, va ricordato, i cristiani vivono da tempo una condizione di minoranza spesso vessata, tra restrizioni al culto e controllo governativo sulle associazioni religiose.

Il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, ha voluto chiarire il senso della scelta con parole che evitano ogni ambiguità. Durante la prima fase del viaggio, spiega il porporato, il Papa si recherà anche ad Annaba, l’antica Ippona: “Non un gesto puramente commemorativo – ha sottolineato – ma un atto di profonda coerenza identitaria e soprattutto spirituale”. L’eredità di Agostino, insomma, diventa qui una lente attraverso cui leggere un presente complicato, fatto di tensioni politiche e di un dialogo islamo-cristiano che resiste nonostante le difficoltà concrete. Parolin ha poi aggiunto un’esortazione diretta ai fedeli locali: siano loro, i cattolici, “protagonisti del cambiamento”, senza delegare ad altri l’impegno per una convivenza che resta fragile.

Un pellegrino tra “popoli e mondi diversi”

L’itinerario, va detto, non si esaurisce certo nella sosta nordafricana. Dopo i tre giorni in Algeria, il Pontefice statunitense – che ormai da più di un anno siede sulla cattedra di Pietro senza che la sua nazionalità faccia più notizia in sé – proseguirà verso Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, Paesi che non ricevevano la visita di un Papa da circa trent’anni. Undici giorni, una decina di città, quattro lingue ufficiali (inglese, francese, portoghese e spagnolo) per un viaggio che il Vaticano ha definito “apostolico”, il terzo dopo quelli in Türkiye, Libano e Principato di Monaco. Non è un caso, osservano le cronache, che la scelta sia caduta su realtà segnate da violenze interne, fondamentalismi di varia natura e dalla tragedia endemica delle migrazioni: dall’altra parte della bilancia, però, ci sono l’entusiasmo giovanile di popolazioni che invecchiano meno rapidamente che in Europa e la sfida – quotidiana, non astratta – della coesistenza tra fedi diverse.

Proprio su quest’ultimo punto, chi opera sul terreno offre un quadro più sfumato rispetto ai comunicati ufficiali. Padre Marco Pagani del PIME, direttore nazionale delle Opere Pontificie Missionarie in Algeria e impegnato nel Centre diocésain Pierre Claverie, ha raccontato l’atmosfera che si respira in attesa del pontefice: “La nostra Chiesa in Algeria è piccola dal punto di vista numerico, ma si respira una grande fraternità sia all’interno sia, soprattutto, con i musulmani”. Le sue parole, raccolte prima della partenza, testimoniano un approccio che punta sulla prossimità più che sulla proselitismo, e che vede nella visita di Leone XIV un’occasione per “rilanciare il dialogo islamo-cristiano”. Un dialogo, precisa il missionario, che è “fatto di vicinanza con le persone”, non solo di intese tra alte gerarchie.

Tra contraddizioni geopolitiche e attese locali

Non si può ignorare, in questo quadro, la cornice politica dentro cui il viaggio si inserisce. L’Algeria, che pure continua a rifornire l’Europa di gas – e lo fa senza le sanzioni riservate ad altri regimi –, è lo stesso Paese dove i cristiani subiscono vessazioni sistematiche: chiese chiuse, arresti arbitrari, difficoltà nell’ottenere personalità giuridica per le associazioni. Un paradosso, quest’ultimo, che alcuni osservatori hanno definito senza mezzi termini “moralismo a senso unico”, capace di indignarsi per Mosca ma non per Algeri. Il Papa, va da sé, non ha mai commentato esplicitamente questi aspetti nei discorsi preparatori, e la sua visita – insistono in Vaticano – non va letta come un’approvazione o una condanna politica, bensì come un gesto pastorale verso una comunità che, per quanto piccola, chiede di essere vista.

In Guinea Equatoriale, Angola e Camerun, poi, il terreno è altrettanto accidentato: regimi autoritari, disuguaglianze economiche amplificate dalle risorse naturali e una presenza cattolica che storicamente ha oscillato tra complicità e resistenza. Nessun pontefice, d’altronde, aveva più messo piede in quelle terre da decenni, e l’accoglienza popolare – fatta di cori, danze e una devozione che in Europa si fatica persino a immaginare – si scontrerà inevitabilmente con le mediazioni della realpolitik. Leone XIV parlerà in quattro lingue, ma il messaggio, assicurano i suoi più stretti collaboratori, sarà uno solo: quello di una fede che non si rinchiude in sacrestia, ma che attraversa frontiere, mari e deserti senza chiedere il permesso ai potenti di turno.

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