Il tramonto del “pre-diabete”: la comunità scientifica propone una nuova classificazione in stadi per il diabete tipo 2
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Redazione Salute
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Il dibattito, recentemente rilanciato sulle prestigiose pagine di “The Lancet Diabetes & Endocrinology”, sta scuotendo le fondamenta della diabetologia contemporanea. Al centro della discussione, seguita con grande attenzione dalla Società Italiana di Diabetologia (Sid), c’è la necessità di abbandonare il termine “pre-diabete” – ritenuto ormai fuorviante e persino dannoso – per abbracciare un nuovo modello che descriva il diabete di tipo 2 come un continuum evolutivo, articolato in stadi specifici. L’obiezione principale, sollevata da diversi esperti tra cui la presidente della Sid Raffaella Buzzetti, è che definire questa fase come “pre” malattia rischia di banalizzarne la portata clinica, spingendo pazienti e, talvolta, gli stessi operatori a sottovalutare un momento fisiopatologicamente già critico. In altre parole, se la condizione è solo un’anticipazione di qualcosa che potrebbe accadere, si corre il rischio di dilazionare interventi che andrebbero invece attuati con tempestività.
Le evidenze scientifiche che spingono verso il superamento del “limbo” glicemico a sostenere questa svolta epistemologica non sono solo considerazioni semantiche, ma dati clinici sempre più solidi. Le ricerche più recenti hanno infatti dimostrato che lo stato definito come “pre-diabete” – caratterizzato da valori di glicemia alterati ma non ancora nei range diagnostici del diabete conclamato – è già di per sé associato a un aumento significativo del rischio di sviluppare eventi cardiovascolari, insufficienza renale cronica e persino alcune forme di demenza. Come sottolineato dal diabetologo Moshe Phillip, co-autore del commento su The Lancet, etichettare una persona come “pre-diabetica” equivale a comunicarle, di fatto, che è ancora sostanzialmente sana, mentre le alterazioni metaboliche sono già in atto e richiederebbero una gestione attiva. Esiste quindi un vuoto terapeutico e regolatorio: mentre per l’ipertensione si è abbandonato il termine “pre-ipertensione” a favore di una classificazione in stadi (1-4) che giustifica l’intervento farmacologico precoce, per il diabete di tipo 2 ci si trova ancora in una zona grigia in cui non esistono indicazioni approvate per l’uso di farmaci nella fase iniziale, nonostante molecole come la metformina o le gliptine abbiano dimostrato di poter rallentare la progressione della malattia.
Come funzionerà la nuova suddivisione in tre stadi evolutivi la proposta avanzata dagli esperti, tra cui il gruppo di lavoro della “Time in Range Coalition”, delinea un percorso diagnostico articolato in tre livelli principali, pensati per riflettere la progressiva perdita di funzionalità delle cellule beta pancreatiche e l’aumento della resistenza insulinica. Il primo stadio includerebbe quei soggetti che, pur presentando una glicemia a digiuno ancora nei limiti della norma (inferiore a 100 mg/dL), mostrano già segnali di rischio metabolico elevato, come una risposta glicemica alterata dopo un carico di glucosio; si tratta di individui in una fase di “rischio silente” che una diagnostica tradizionale lascerebbe normalmente fuori da qualsiasi screening. Il secondo stadio, forse il più cruciale per il cambiamento lessicale, assorbirebbe gran parte di ciò che oggi chiamiamo pre-diabete, includendo le condizioni di glicemia alterata a digiuno (IFG) e ridotta tolleranza al glucosio (IGT), ma suddividendolo ulteriormente tra chi progredisce lentamente (2a) e chi, invece, mostra un deterioramento rapido della funzione pancreatica (2b). Il terzo stadio, infine, rimarrebbe quello del diabete conclamato, a sua volta differenziato in base alla complessità terapeutica (farmaci orali o insulina).




