Maria Falcone attacca Travaglio: «Indegne le parole su mio fratello Giovanni. Non lavorava per Andreotti ma per lo Stato»
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Redazione Interno
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La presidente della Fondazione Falcone, Maria Falcone, ha risposto con durezza al direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, in merito a un passaggio pubblicato nella rubrica "Ma mi faccia il piacere". La sorella del magistrato ucciso nella strage di Capaci, nel 1992, ha definito "indegna" e "un esempio di cattivo giornalismo" la battuta con cui Travaglio aveva liquidato le critiche sulle frequentazioni di Sigfrido Ranucci, ricordando che Giovanni Falcone aveva lavorato con il governo di Giulio Andreotti.
Al centro della polemica, un articolo del Foglio del 14 agosto, firmato da Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala, nel quale si sottolineava che Falcone non avrebbe mai cenato con Valter Lavitola, figura al centro di un'altra controversia giornalistica.
La replica di Maria Falcone: «Mio fratello non apparteneva a un governo»
In un lungo intervento pubblicato sulla pagina Facebook della Fondazione Falcone, Maria Falcone ha voluto ristabilire quella che considera la verità dei fatti, respingendo con fermezza l'accostamento del fratello a una logica di appartenenza politica. «Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano», ha scritto la sorella del magistrato, sottolineando come quella di Travaglio fosse una semplificazione costruita sulla battuta e non su un'analisi accurata della vicenda.
Maria Falcone ha poi ricostruito il contesto in cui Giovanni Falcone, nel 1991, accettò l'incarico di Direttore generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia, specificando che la scelta non fu dettata dall'ambizione politica, ma dalla necessità di trovare nuovo slancio in una Palermo che lo aveva progressivamente isolato e delegittimato.
La sorella del giudice ha ricordato le difficoltà incontrate da Falcone in quegli anni, ostacolato non solo dalle connivenze politiche e da un certo giornalismo, ma anche da una parte della stessa magistratura, mentre conduceva la sua battaglia più difficile contro Cosa nostra.
L'eredità istituzionale del giudice: le riforme dell'antimafia
Per sottolineare l'importanza e il valore istituzionale del lavoro svolto dal fratello in quel periodo, Maria Falcone ha voluto ricordare i risultati concreti ottenuti in poco più di un anno alla guida del Dipartimento degli Affari penali. «Quello che qualcuno oggi maldestramente tenta di rappresentare con una battuta come una vicinanza a un governo fu, in realtà, uno dei periodi più importanti della sua vita istituzionale», ha scritto la presidente della Fondazione.
In quei quindici mesi, Giovanni Falcone contribuì in maniera determinante alla realizzazione di una nuova architettura dell'antimafia italiana, gettando le basi per la creazione della Direzione nazionale antimafia, delle Direzioni distrettuali antimafia e della Direzione investigativa antimafia, oltre a rafforzare il coordinamento delle indagini e gli strumenti legislativi contro la criminalità organizzata.
L'eredità lasciata da Falcone, ha ribadito la sorella, è quella di un magistrato che non apparteneva a un partito o a un governo, ma allo Stato e alla Repubblica, un uomo che portò la lotta alla mafia nel cuore delle istituzioni.
Le reazioni politiche e il monito di Rita Dalla Chiesa
Alla dura presa di posizione di Maria Falcone si sono aggiunte altre voci critiche nei confronti del direttore del Fatto Quotidiano. La presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, ha parlato di un «insulto» alla memoria di Falcone, chiedendo a Travaglio «scuse immediate». Il senatore di Fratelli d'Italia Raoul Russo ha definito le parole del giornalista come un tentativo di «infangare la memoria» del giudice.
Dura anche la reazione di Rita Dalla Chiesa, deputata di Forza Italia e figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che ha espresso piena solidarietà a Maria Falcone, parlando di un «ennesimo schiaffo ricevuto oggi alla memoria di suo fratello» e ribadendo che Falcone non lavorava per Andreotti, ma per una giustizia che a Palermo faticava a trovare applicazione. Maria Falcone ha concluso il suo intervento con un'accorata riflessione, invitando al silenzio chi non è in grado di avere rispetto per una storia che ha onorato l'Italia.
«Se non si riesce ad avere rispetto della loro storia, qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa», ha scritto, riferendosi a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e agli uomini delle loro scorte.
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