La bufera su Travaglio per le parole su Falcone: la sorella Maria replica e scatta la polemica politica
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Redazione Interno
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La vicenda che ha per protagonista Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano, e la memoria di Giovanni Falcone nasce da una difesa, quella del collega Sigfrido Ranucci, finita per alimentare una polemica ben più vasta. Tutto ha avuto inizio con un articolo de Il Foglio, in cui gli ex magistrati Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala avevano osservato che Giovanni Falcone, a differenza di quanto emerso per Ranucci, "non avrebbe cenato con Lavitola".
Valter Lavitola, è bene ricordarlo, è l'imprenditore arrestato lo scorso 10 agosto con l'accusa di essere il mandante dell'attentato dinamitardo che lo scorso ottobre ha preso di mira la casa del conduttore di Report, un episodio per il quale gli inquirenti contestano anche il metodo mafioso. Travaglio ha replicato su "Ma mi faccia il piacere" con una battuta che ha scatenato un putiferio: "Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti".
Una frase che, pur riferendosi all'incarico di Direttore generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia ricoperto da Falcone nel 1991, è stata interpretata come una svalutazione del ruolo e dell'impegno del magistrato, ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci.
La replica durissima della sorella Maria
La risposta non si è fatta attendere ed è arrivata dalla persona che più di ogni altra ha il diritto e l'autorevolezza per parlare della memoria di Giovanni Falcone. Maria Falcone, in un lungo e sentito intervento pubblicato sulla pagina Facebook della Fondazione intitolata al fratello, ha definito quelle parole "indegne" e "un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti".
La sorella del giudice ha voluto mettere un punto fermo su un concetto fondamentale, ribadito con forza: "Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano". Maria Falcone ha poi ricostruito il contesto storico, ricordando che Falcone accettò l'incarico romano non per avvicinarsi alla politica, ma perché era stato "progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato" a Palermo proprio mentre conduceva la sua battaglia più difficile contro Cosa nostra.
Ha sottolineato come quel periodo, durato circa quindici mesi, fu cruciale per trasformare l'esperienza sul campo in strumenti concreti per lo Stato, gettando le basi per la Direzione nazionale antimafia e le Direzioni distrettuali antimafia. "Giovanni non apparteneva a un governo. Non apparteneva a un partito, mentre oggi molti rincorrono il consenso della politica.
Giovanni Falcone apparteneva e appartiene allo Stato, alla Repubblica e a tutti gli italiani", ha concluso Maria Falcone, aggiungendo con amarezza che "qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa".
La reazione politica e la richiesta di revoca del premio Flaiano
Le dichiarazioni di Travaglio hanno immediatamente varcato i confini del dibattito giornalistico per investire quello politico, provocando reazioni durissime da parte di esponenti di diversi schieramenti. La più eclatante è stata quella del deputato di Fratelli d'Italia, Guerino Testa, che ha presentato una richiesta formale alla presidente dei Premi Internazionali Ennio Flaiano, Carla Tiboni, per valutare la revoca del premio giornalistico assegnato a Marco Travaglio per l'edizione 2026.
Testa ha definito "inaccettabili" gli accostamenti fatti da Travaglio, che nel tentativo di difendere Ranucci ha "coinvolto e svilito la figura di Giovanni Falcone". Secondo il deputato, l'indipendenza del giornalista e la "costante ricerca della verità cronachistica" sono presupposti fondamentali del premio, e le parole di Travaglio porrebbero seri interrogativi sulla loro effettiva sussistenza.
Anche Rita Dalla Chiesa, deputata di Forza Italia e figlia del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ha espresso la sua vicinanza a Maria Falcone, dichiarando di non poter accettare che il nome del giudice venga associato in quel modo a quello del governo Andreotti. Tra le polemiche, Travaglio ha provato a difendersi definendo la sua affermazione una "banalità", ma la bufera, alimentata da un caso di cronaca giudiziaria di primo piano come l'arresto di Lavitola e dal delicato tema del rapporto tra giornalismo e memoria, non sembra destinata a placarsi facilmente.
Tra difese scomposte e rispetto della verità storica
La vicenda solleva un interrogativo più ampio sul modo di fare giornalismo e sui limiti della polemica, soprattutto quando si finisce per strumentalizzare la memoria di figure simbolo della lotta alla mafia. Come ha osservato Maria Falcone, l'operato di suo fratello è stato spesso oggetto di strumentalizzazioni, ma in questo caso la questione tocca il nervo scoperto della corretta ricostruzione storica.
Il direttore del Fatto, nel tentativo di giustificare le frequentazioni di Ranucci con Lavitola, ha utilizzato una semplificazione che per molti ha distorto la realtà dei fatti, equiparando un ruolo istituzionale a una generica e ambigua vicinanza politica. L'articolo de Il Foglio, dal canto suo, ha sottolineato come la difesa di Ranucci abbia portato Travaglio a "negare persino il ruolo di un martire", travalicando ogni limite della logica e del buongusto.
A ciò si aggiunge il fatto che l'intera polemica si inserisce in un contesto giudiziario di estrema gravità, quello dell'attentato a Ranucci, per il quale Lavitola è finito in carcere con l'accusa di essere il mandante.
In questo quadro, la richiesta di Maria Falcone di avere rispetto per la storia di suo fratello, di Francesca Morvillo e di Paolo Borsellino suona come un monito a non utilizzare quelle figure come "argomento di una polemica politica", riportando l'attenzione su ciò che realmente conta: la verità dei fatti e il valore di un uomo che ha dato la vita per lo Stato.
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