Il caso Ranucci, la standing ovation e il paragone con Falcone: la sorella del giudice prende le distanze

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda che ha coinvolto Sigfrido Ranucci, l'ex conduttore di Report, continua a tenere banco nel panorama giornalistico e giudiziario italiano, sollevando interrogativi profondi sul ruolo del servizio pubblico e sui limiti della libertà di espressione. Le polemiche, esplose dopo la standing ovation ricevuta dal giornalista il 25 ottobre 2025 all'assemblea dell'Associazione Nazionale Magistrati, si sono ora intrecciate con le dichiarazioni di Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone, che ha scelto di prendere le distanze dalle parole del conduttore.

Un caso che, al di là dei suoi aspetti giudiziari, ha messo in luce le tensioni tra etica professionale, amicizie personali e la percezione pubblica di chi opera in un servizio radiotelevisivo finanziato dal canone.

La sorella di Falcone: "Non ho capito le sue parole"

Maria Falcone, novant'anni compiuti, ha letto il post pubblicato da Sigfrido Ranucci sui social, quel messaggio in cui il giornalista accostava la propria vicenda personale alla memoria del fratello Giovanni, ucciso nella strage di Capaci il 23 maggio 1992 insieme alla moglie Francesca Morvillo e ai tre agenti della scorta.

Intervistata al riguardo, la sorella del magistrato non ha nascosto il suo disorientamento: «Sì, l'ho letto e sinceramente preferirei lasciar perdere», ha dichiarato, aggiungendo con franchezza che «è stata una delle poche volte in vita mia che non ho capito che cosa c'era scritto». Un commento che suona come una netta presa di distanza, se non come una critica velata, dalla scelta di Ranucci di evocare figure simbolo della lotta alla mafia per commentare la propria situazione.

Ranucci, l'attentato e la standing ovation dell'Anm

Il caso ha origine da due eventi distinti ma tra loro collegati: il tentato attentato ai danni di Ranucci, per il quale il faccendiere Valter Lavitola avrebbe confessato di essere il mandante, e la successiva accoglienza trionfale riservatagli all'assemblea dell'Anm. La giudice Natalia Ceccarelli ha commentato con durezza l'episodio, affermando che «Ranucci era stato portato in trionfo come fosse la Madonna», e sottolineando come l'Associazione Nazionale Magistrati non possa ora tacere dopo quell'esposizione pubblica.

A gettare benzina sul fuoco sono state le parole di Stefano Celli, pm di Rimini ed esponente di Magistratura democratica, che al Corriere aveva dichiarato di non provare «nessun imbarazzo» per l'invito rivolto al conduttore di Report, nonostante la vicenda giudiziaria che lo coinvolgeva.

La posizione dell'Anm: "Giù le mani da Falcone e Borsellino"

Il presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, Giuseppe Tango, ha infine rotto il silenzio per cercare di ricondurre la discussione entro i limiti del rispetto istituzionale. In un intervento chiaro e netto, Tango ha rivendicato la necessità di evitare «strumentalizzazioni» della memoria dei giudici uccisi dalla mafia, lanciando un monito: «Giù le mani da Falcone e Borsellino».

Una presa di posizione che sembra voler tracciare un confine tra la legittima solidarietà a un collega del giornalismo vittima di un atto criminale e l'inappropriato parallelo con figure che hanno sacrificato la vita per lo Stato. La polemica, tuttavia, non accenna a placarsi, alimentata anche dalle critiche sulla conduzione di Report, spesso accusato di mancare di contraddittorio nei suoi servizi.

Il nodo del servizio pubblico e la "facoltà di fare la morale"

Al centro del dibattito, al di là degli aspetti giudiziari ancora da accertare, emerge una questione di principio che investe il ruolo del servizio pubblico. Il nucleo della critica, avanzata da più parti, riguarda l'opportunità che un giornalista della Rai, legato da amicizia a un pregiudicato, possa mantenere la "facoltà di fare la morale" attraverso programmi finanziati con il canone versato da tutti i cittadini.

L'assenza di contraddittorio nei servizi di Report, poi, ha accentuato la percezione di uno squilibrio, trasformando il programma in una tribuna dalla quale, secondo i critici, sarebbe difficile replicare. La sospensione di Ranucci, in questa prospettiva, non sarebbe stata motivata dai reati (presunti e da verificare in sede giudiziaria), ma dalla violazione di un principio etico che dovrebbe guidare chi opera in una concessionaria del servizio pubblico.

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