L’imbarazzo dell’Anm e il silenzio del Pd sul caso Ranucci: la standing ovation e i veleni del Lavitola-gate
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Redazione Interno
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Quella che doveva essere una delle edizioni più luminose della carriera di Sigfrido Ranucci, con la standing ovazione ricevuta dall’Assemblea nazionale dei magistrati il 25 ottobre 2025, si sta trasformando in un boomerang di proporzioni giudiziarie e politiche difficili da gestire. L’applauso scrosciante, che aveva consacrato il conduttore di Report come simbolo della Resistenza alla separazione delle carriere in seno alla magistratura, risuona oggi come un atto dovuto ma potenzialmente avventato, visto che il nome di Ranucci è ormai inscindibilmente legato a quello di Valter Lavitola.
L’ex direttore dell’“Avanti!”, attualmente detenuto con l’accusa di aver ordinato un attentato contro il giornalista, ha svelato una trama che mescola depistaggi, presunti servizi segreti israeliani e un’amicizia personale che continua a far discutere, nonostante le sbarre che dividono i due.
La posizione dell’Anm: tra difesa corporativa e silenzio imbarazzato
Nel Palazzo di Giustizia, il clima è di comprensibile imbarazzo. Fonti interne all’Associazione nazionale magistrati confermano un “tentennamento” strategico: da un lato, nessuno intende abbandonare il conduttore, considerato ancora formalmente vittima di un attentato alla sua villetta; dall’altro, emerge la consapevolezza che l’acclamazione di ottobre rischia di apparire come una presa di posizione affrettata, quasi una sponsorizzazione di una parte nel dibattito sulla giustizia.
L’imbarazzo diventa ancora più evidente se si considera che la gip Mariangela Moricca, nel confermare le accuse nei confronti di Lavitola, ha descritto Ranucci come un soggetto “inconsapevole e manipolato” dal mandante, sottolineando il ruolo attivo dell’amico nel costruire una narrazione che avrebbe dovuto colpire l’opinione pubblica. Una definizione che, sebbene scagioni il giornalista da responsabilità penali, lo dipinge come un testimone involontario di una macchinazione ben più ampia, mettendo in crisi l’immagine di paladino della verità che molti gli avevano attribuito.
Il silenzio del Partito Democratico e la frattura interna
Il fronte politico, in particolare quello del centrosinistra, si sta sgretolando sotto il peso della contraddizione. Da una parte, il responsabile dell’informazione dem Sandro Ruotolo ha assunto una posizione bellicosa, lanciando il motto “giù le mani da Ranucci” e attaccando il governo per le dichiarazioni giunte dai banchi della maggioranza. Dall’altra, però, si registra il silenzio assordante di gran parte del partito e lo stesso silenzio della segretaria Elly Schlein, che in precedenza aveva puntato il dito contro la destra per le responsabilità politiche dell’attentato.
Questa frattura è stata sottolineata con ironia tagliente dal senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, membro della Vigilanza Rai, il quale ha ricordato come il Dubbio abbia per primo raccontato l’imbarazzo silente del “sindacato” delle toghe, chiedendosi retoricamente quando arriverà l’autocritica da parte di chi aveva strumentalizzato la vicenda per fini politici.
Il post social e il paragone con Falcone e Borsellino che fa discutere
Mentre i magistrati e i politici riflettono su come gestire la fase processuale, Ranucci continua a utilizzare i social network come megafono personale, alimentando ulteriormente la polemica. Il conduttore di Report ha recentemente pubblicato un post in cui accosta la sua vicenda personale a quella dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, scatenando reazioni furiose in molti ambienti.
L’accostamento, definito da più parti “sproporzionato” e “offensivo” per la memoria dei due magistrati uccisi dalla mafia, ha trasformato un caso di cronaca giudiziaria già complesso in una battaglia di narrazione che rischia di polarizzare ulteriormente l’opinione pubblica. L’intelligence israeliana, citata da Lavitola come possibile artefice di un pericolo corso da Ranucci, aggiunge un ulteriore livello di mistero al caso, anche se gli inquirenti stanno attualmente valutando la consistenza reale di queste rivelazioni, cercando di separare i fatti accertati dalle suggestioni del detenuto.
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