Ranucci, la standing ovation dei magistrati e il caso Lavitola: "Lo portarono in trionfo come la Madonna"
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Redazione Interno
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"Nessun paragone, da parte mia, con gli eroi antimafia, defunti, Mattarella, Borsellino e Falcone. L'unico parallelo, che intendo proporre, è quello con un uomo, nato a Betlemme, un paio di millenni addietro, e venuto a mancare a soli 33 anni...". Con questo mix di sussiego e ironia, Sigfrido Ranucci, 65 anni, romano, maestro d'etica e di giornalismo secondo una certa vulgata, aveva liquidato le accuse e le critiche piovute su di lui.
Ma al di là delle battute, la sua posizione in Rai è divenuta oggetto di un acceso dibattito che travalica i confini del servizio pubblico, per intrecciarsi con le dinamiche interne alla magistratura e a un'inchiesta che ha dell'incredibile.
L'ex conduttore di Report, infatti, non viene sospeso per i reati, presunti e da accertare dai magistrati, ma per una questione di principio che stride con il ruolo di chi opera in una concessionaria del servizio pubblico: un giornalista che è amico intimo di un pregiudicato non ha, secondo molti, la facoltà di fare la morale a nessuno attraverso servizi e programmi, spesso realizzati senza un reale contraddittorio, ma finanziati con il canone versato da tutti i connazionali.
L'ovazione che diventa un boomerang
C'è una standing ovation che, a distanza di tempo, rischia di trasformarsi in un pesante boomerang per l'Associazione nazionale magistrati. È quella tributata a Sigfrido Ranucci nell'ottobre 2025, durante l'assemblea dell'Anm per il No al referendum sulla giustizia. In quell'occasione, i magistrati si erano alzati in piedi per applaudire il conduttore di Report, offrendogli un'accoglienza da star che oggi viene riletta in una chiave radicalmente diversa.
Natalia Ceccarelli, giudice della Corte d'Appello di Napoli, non usa giri di parole nel commentare quelle immagini: "Era stato portato in trionfo come fosse la Madonna pellegrina". Una definizione che cattura perfettamente l'atmosfera di quell'evento, quando l'Anm sembrò voler fare quadrato attorno alla figura del giornalista, quasi a suggellare un'alleanza ideale contro la riforma della giustizia.
Quel video, che ritrae i magistrati in piedi mentre Ranucci prendeva la parola contro la separazione delle carriere, è tornato improvvisamente virale, alimentando un'imbarazzante retrospettiva su quella scelta e sul rapporto tra una parte della magistratura e il mondo dell'informazione schierata.
La confessione di Lavitola e il silenzio dell'Anm
A riaccendere i riflettori su quella vicenda è stata la confessione del faccendiere Valter Lavitola, il quale si è dichiarato mandante dell'attentato ai danni di Ranucci. Una rivelazione che ha scosso gli ambienti giudiziari e giornalistici, riaprendo ferite e sollevando interrogativi sulla presunta matrice dell'aggressione. Ma è proprio su questo punto che la magistratura ha manifestato un atteggiamento quantomeno cauto, se non apertamente scettico. Le parole di Stefano Celli, pm a Rimini ed esponente di Magistratura democratica, pronunciate al Corriere, hanno animato le chat dei magistrati.
Celli, che aveva invitato personalmente Ranucci all'assemblea dell'Anm, aveva parlato dell'attentato al conduttore di Report, ma ora il focus si è spostato sull'atteggiamento tenuto dall'associazione dopo quella clamorosa ammissione di colpevolezza. "L'Anm non può tacere", ha tuonato la giudice Ceccarelli, sottolineando quello che a suo avviso è un "silenzio colpevole" che rischia di minare la credibilità dell'intera categoria.
"Machiavellismo puro", ha aggiunto, commentando l'evoluzione di una vicenda in cui il presunto martire del giornalismo d'inchiesta rischia di apparire, agli occhi dell'opinione pubblica, in una luce quantomeno ambigua.
La posizione di Ranucci e il nodo del servizio pubblico
Al di là del giallo giudiziario, la vicenda di Ranucci pone un interrogativo di fondo sul ruolo e i limiti del giornalismo nel servizio pubblico. La sospensione del conduttore, infatti, non è motivata da un'accusa formale di reato, quanto piuttosto da un'insostenibile contraddizione etica: la frequentazione e l'amicizia con un pregiudicato, che di fatto minano la sua autorità morale nel momento in cui siede dietro una telecamera per giudicare comportamenti altrui.
L'ex conduttore di Report, che per anni ha rivendicato un'investitura morale quasi assoluta, si trova ora a dover fare i conti con una realtà che smentisce quella narrazione. I servizi andati in onda, spesso caratterizzati da un'impostazione monodirezionale e da una scarsa concessione al contraddittorio, vengono ora riletti alla luce di questa nuova consapevolezza, e molti si chiedono se non ci sia stato un uso distorto di uno strumento, come la televisione pubblica, che per statuto dovrebbe garantire equilibrio e imparzialità.
La magistratura, da parte sua, dovrà ora fare chiarezza non solo sulla confessione di Lavitola, ma anche sul rapporto che ha legato alcuni suoi esponenti a una figura così ingombrante e ora così controversa.
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