Lavitola dal carcere: “L’attentato a Ranucci è stata una scelta solo mia”
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Redazione Interno
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“L’attentato è stata una scelta solo mia”. Con queste parole, riferite dal suo difensore Arturo Cola al termine di un colloquio di quasi tre ore nel carcere di Rebibbia, Valter Lavitola ha rotto il silenzio che aveva accompagnato la sua detenzione dopo la confessione di essere il mandante dell’aggressione ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci.
L’incontro tra il legale e il suo assistito, che si è protratto per gran parte della giornata, ha offerto l’occasione per ricostruire il quadro emotivo e mentale di un uomo che, secondo quanto trapelato, si dice profondamente segnato dalle conseguenze delle proprie azioni, soprattutto per il coinvolgimento indiretto di persone a lui vicine.
Cola, uscendo dal penitenziario, ha sottolineato come Lavitola appaia consapevole della gravità di quanto accaduto e della portata delle accuse che ora gravano su di lui, ma al tempo stesso intenzionato a chiarire i contorni di una vicenda che ha scosso il mondo del giornalismo italiano.
Il colloquio in carcere e le dichiarazioni spontanee
Il colloquio tra Valter Lavitola e l’avvocato Arturo Cola, durato quasi tre ore, ha rappresentato il primo confronto approfondito dopo l’arresto e la successiva confessione. Nel corso di questo lungo faccia a faccia, l’imprenditore ha manifestato un atteggiamento che il legale non ha esitato a definire di sincero pentimento, sebbene concentrato sulle ripercussioni umane più che sugli aspetti giudiziari.
Lavitola, secondo quanto riferito da Cola ai cronisti presenti all’uscita del carcere romano, ha dichiarato di essere rammaricato per aver trascinato in una situazione complessa il suo factotum Gomes Clesio Tavares, definito dallo stesso come un figlio, e il giornalista di Report Sigfrido Ranucci, nei cui confronti ha usato il termine di fratello.
L’avvocato ha inoltre anticipato che nel corso dell’udienza dinanzi al Tribunale del Riesame, Lavitola renderà dichiarazioni spontanee, con l’obiettivo di fornire elementi utili per comprendere la genesi di un piano che lui stesso, e solo lui, avrebbe concepito e messo in atto.
L’avvertimento a Ranucci e la data del 7 settembre
Uno degli elementi emersi con maggiore chiarezza dal colloquio, e che potrebbe rivelarsi cruciale per la ricostruzione degli eventi, riguarda il presunto avvertimento che Lavitola avrebbe rivolto al giornalista diversi giorni prima dell’attentato verificatosi il 16 ottobre. Secondo la versione fornita al legale, tra i due ci sarebbe stato un incontro in data 7 settembre, durante il quale l’imprenditore avrebbe messo in guardia Ranucci sui pericoli che correva, in ragione di possibili attentati pianificati nei suoi confronti.
Questo particolare, che getta una luce nuova sui rapporti tra i due uomini e sulla consapevolezza del giornalista riguardo ai rischi della sua attività investigativa, sarà al centro della strategia difensiva di Lavitola. Il legale ha tenuto a precisare che il suo assistito è pentito di aver causato problemi a persone a cui tiene profondamente, ma che allo stesso tempo ritiene di aver agito con un certo margine di preavviso, quasi come se avesse cercato di scoraggiare l’esecuzione del piano pur senza riuscirvi.
Le condizioni psicologiche e il rapporto con Tavares
L’avvocato Arturo Cola ha descritto lo stato d’animo di Valter Lavitola come certamente non facile, sottolineando come la detenzione e la consapevolezza delle accuse stiano pesando in modo significativo sul suo equilibrio mentale. Lavitola, che ha sempre mantenuto un profilo basso dopo il suo arresto, avrebbe manifestato al legale tutto il suo disagio per aver provocato, con una scelta che ha definito esclusivamente autonoma, dei guai a due persone che rappresentano per lui un affetto profondo.
Il riferimento a Gomes Clesio Tavares, il factotum rimasto coinvolto nella vicenda, è stato particolarmente toccante, tanto da indurre l’imprenditore a parlare di un legame paragonabile a quello tra padre e figlio. Allo stesso modo, il rapporto con Ranucci viene descritto in termini di fratellanza, quasi a voler sottolineare come l’azione criminale non fosse dettata da un sentimento di ostilità personale, bensì da una dinamica più complessa che Lavitola stesso fatica a spiegare appieno.
La strategia difensiva e la prossima udienza
In vista della prossima udienza davanti al Tribunale del Riesame, il team difensivo guidato dall’avvocato Cola punta a mettere in luce non solo la volontà di collaborare da parte del suo assistito, ma anche gli elementi di contesto che potrebbero ridimensionare la gravità del suo ruolo nell’organizzazione dell’attentato. La scelta di rendere dichiarazioni spontanee rappresenta una mossa tattica per introdurre nel dibattimento quegli avvertimenti che Lavitola sostiene di aver fatto a Ranucci, nella speranza di dimostrare una certa ambivalenza nel suo agire.
Tuttavia, la confessione di essere il mandante rimane un punto fermo che grava in modo decisivo sulla sua posizione processuale, e che difficilmente potrà essere scalfito da considerazioni di ordine personale o psicologico. Gli inquirenti, da parte loro, continuano a raccogliere elementi per ricostruire l’intera catena di comando che ha portato all’esecuzione materiale dell’aggressione, mentre l’attenzione dei media si concentra sulle prossime mosse della difesa e sulle eventuali ripercussioni sul clima di sicurezza che circonda il lavoro dei giornalisti d’inchiesta.
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