Meloni senza coraggio (ma fa la standing ovation alla passata di pomodoro)
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Redazione Interno
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L’anno appena trascorso, che potrebbe essere letto come uno spartiacque, in realtà delinea un paradosso nella storia politica recente. Non per gli eventi che hanno scosso le istituzioni, bensì per la loro plateale assenza: ciò che emerge, a un’analisi anche solo superficiale, è la fotografia di uno degli esecutivi più solidi e longevi dell’intera Unione Europea. Un governo, guidato da Giorgia Meloni, che ha tenuto senza produrre i classici ribaltoni o le crisi da prima pagina tipiche del passato, evitando di lasciare macerie troppo evidenti sui conti pubblici e garantendo una stabilità che, in un contesto nazionale spesso turbolento, assume i connotati di un fatto quasi eccezionale. Questo mantenimento della rotta, però, si scontra con un bilancio di azioni concrete che molti osservatori, non solo dell’area opposta, definirebbero di assoluto nullismo, rivelando una sguaiata vendita di fumo piuttosto che l’attuazione di un programma chiaro e trasformativo.
La crisi di identità di un campo senza nome
Dall’altro lato, il campo opposto – al quale un minimo di pudore intellettuale recalcitra ormai a concedere l’etichetta di “Sinistra” – sprofonda in un disorientamento che ne amplifica l’abituale e permanente crisi di identità. Il meccanismo politico sembra inceppato, dato che l’aureo manuale della sopravvivenza dei governi italiani prevederebbe, in teoria, un crollo del consenso in caso di promesse non mantenute. Eppure, nonostante il vuoto di realizzazioni evidenti, la tenuta dell’esecutivo non si traduce in un vantaggio per chi dovrebbe opporsi, anzi: i sondaggi indicano una partita ancora aperta, soprattutto quando si scende nel merito delle questioni sociali più concrete, laddove il governo mostra tutte le sue contraddizioni.
Il tormentone dell’inadeguatezza e il doppio gioco europeo
Un ritornello ossessivo, che riecheggia nei talk show e sulle pagine dei giornali spesso alimentato da opinionisti progressisti, accusa le opposizioni di essere inadeguate e poco unite, incapaci di scalzare una presidente del Consiglio che invece proietta forza e stabilità. Questa narrazione, per quanto diffusa, viene periodicamente messa in discussione dalla realtà delle trattative internazionali, dove la Meloni ottiene risultati che suoi critici devono riconoscere. Come ha sottolineato una recente analisi, “nella notte di Bruxelles” il governo ha incassato un doppio successo: da un lato, è stato evitato l’uso diretto degli asset russi per finanziare l’Ucraina, optando invece per un prestito comune da 90 miliardi; dall’altro, è stata rinviata la firma dell’accordo con il Mercosur, guadagnando tempo per strappare garanzie a tutela degli agricoltori italiani. Manovre che, al di là delle letture di parte, dimostrano una certa abilità nel navigare le complesse acque comunitarie.
La politica tra sostanza e gesti simbolici
Il quadro che ne risulta è quindi di una strana staticità, dove la forza percepita di un governo si misura più sulla capacità di resistere che su quella di innovare, e dove le critiche delle élite culturali verso l’opposizione finiscono per consolidare, suo malgrado, il ruolo dell’avversario. La standing ovation citata nel Titolo, quel gesto plateale e forse un po’ grottesco, ben sintetizza la natura di questa fase: si applaude a una passata di pomodoro, a un simbolo, mentre la sostanza delle riforme attese latita. Resta uno scenario politico immobile in superficie, ma percorso da tensioni sotterranee che attendono solo di trovare uno sbocco, in un Paese dove la vera posta in gioco sembra spesso sfuggire al dibattito quotidiano, dominato più dalle forme che dai contenuti.




