Il mix di farmaci e terapie che riduce il rischio di morte nel tumore alla prostata
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Redazione Salute
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La neoplasia più diffusa nella popolazione maschile italiana, quella che ogni anno supera le quarantamila nuove diagnosi stando agli ultimi dati del rapporto AIOM-AIRTUM, trova una risposta terapeutica capace di incidere in modo significativo sulla sopravvivenza. Si tratta, nel dettaglio, di una combinazione – un vero e proprio mix – di farmaci e trattamenti che, come emerso dagli studi più recenti discussi in ambito specialistico, riduce il rischio di morte per i pazienti affetti dalle forme più aggressive della malattia. Paradossalmente, il tumore alla prostata, nella sua fase iniziale, garantisce una sopravvivenza a cinque anni dal momento della diagnosi che sfiora il 91%; il quadro clinico, tuttavia, peggiora drasticamente quando la patologia diventa metastatica, estendendosi ad altri organi e rendendo, di conseguenza, indispensabile l’adozione di protocolli efficaci quanto rispettosi della qualità di vita degli individui.
Numeri, screening e il peso della genetica
Con oltre mezzo milione di persone attualmente interessate dalla patologia in Italia, il carcinoma prostatico colpisce circa un uomo su otto lungo l’intero arco dell’esistenza. La sua incidenza, lo si sa, cresce esponenzialmente dopo i cinquanta anni, con un picco che si registra oltre i sessantacinque; non si tratta, peraltro, di un dato puramente anagrafico. La componente genetica gioca un ruolo cruciale, tanto che chi presenta casi in famiglia dovrebbe anticipare i controlli, magari approfittando di iniziative come le due giornate (il 14 maggio e il 18 giugno) dedicate al Psa gratuito. Queste ultime, promosse in vari centri tra cui le strutture Marilab, offrono anche percorsi di diagnostica multiparametrica, uno strumento che consente di superare i limiti del vecchio screening basato sul solo dosaggio ematico.
Niente più protocolli univoci: l’era delle terapie mirate
L’approccio “taglia unica” sta lasciando definitivamente spazio a un modello terapeutico cucito sull’individuo, quasi un sarto che prende le misure precise del profilo molecolare di ciascun paziente. Questo cambio di paradigma, già emerso con forza durante il Congresso europeo di urologia tenutosi a Londra lo scorso marzo, si fonda su due pilastri: da una parte i nuovi strumenti diagnostici (imaging sempre più raffinato e analisi genomiche), dall’altra le terapie di ultima generazione che, somministrate in sequenze studiate ad hoc, riducono il rischio di mortalità senza aggravarsi con gli effetti collaterali spesso devastanti dei vecchi cicli chemioterapici. Di essi, si è parlato anche in occasione degli aggiornamenti clinici che vedono coinvolti, tra gli altri, i reparti specialistici dell’ospedale Buccheri La Ferla di Palermo.
La sfida organizzativa: percorsi da rinnovare
A Palermo, il direttore dell’U.O. di Urologia, Antonio Lupo, e il direttore dell’U.O.C. di Oncologia medica, Nicolò Borsellino, hanno richiamato l’attenzione su un nodo ancora irrisolto: la necessità di aggiornare il Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) regionale. La ragione è semplice, almeno sulla carta: l’evoluzione della diagnostica, dell’imaging e delle terapie disponibili procede a un ritmo ben più sostenuto rispetto alla capacità burocratica di rivedere i protocolli. Senza un PDTA aggiornato, chiariscono i due specialisti, rischia di andare perduta proprio quella forza della valutazione multidisciplinare che sola può garantire la presa in carico rapida, integrata e personalizzata di cui questi pazienti hanno bisogno. Il video diffuso lo scorso 8 maggio, a corredo dell’approfondimento, mostra con chiarezza l’urgenza di adeguare i sistemi regionali a una medicina che, ormai, non è più quella di dieci anni fa.




