Tredici Pietro racconta la rinascita nel nuovo album "Non guardare giù"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Dopo tre anni di silenzio, Tredici Pietro – al secolo Pietro Morandi, rapper bolognese classe 1997 – torna con un disco che è molto più di una semplice raccolta di brani. Non guardare giù, in uscita il 4 aprile, si presenta come un viaggio crudo e introspettivo attraverso le ombre che hanno segnato la sua vita, tra insicurezze, dipendenze e la faticosa ricerca di un equilibrio. Figlio d’arte – terzogenito di Gianni Morandi –, l’artista ha sempre vissuto sotto il peso di un cognome ingombrante, ma in questo lavoro sceglie di scavare ancora più a fondo, mettendo a nudo fragilità e contraddizioni.
Il disco, che fonde sonorità old school con sperimentazioni tra drum and bass, soul e rock italiano, diventa così una sorta di diario in musica. Non guardare giù non è solo un titolo, ma un monito contro quella tendenza all’autodistruzione che Pietro ha conosciuto bene. In un’intervista al Messaggero, il rapper ha parlato senza reticenze di un periodo buio trascorso a Milano, segnato da “comportamenti autolesionistici e uso di sostanze”, come lui stesso li ha definiti. Un momento in cui, come ha ammesso, si era “perso”, schiacciato dalle aspettative e da quel senso di inadeguatezza tipico della sindrome dell’impostore.
La sua musica, però, non si limita a descrivere il disagio, ma prova a tracciare un percorso di risalita. I testi, personali e al tempo stesso universali, riflettono su temi come il rapporto con la fama, il peso dell’eredità artistica e la difficoltà di costruirsi un’identità al di fuori delle etichette. E se il cielo grigio di Milano diventa metafora di un malessere esistenziale, le tracce del disco lasciano intravedere spiragli di luce, come fossero tappe di una rinascita.




