Giù le mani dal referendum, ma la colpa non è solo degli elettori

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui, oggi, si parla di referendum. Quello che un tempo era considerato uno strumento di partecipazione diretta, capace di ridare voce ai cittadini, si è trasformato in un rito svuotato, il cui esito sembra deciso ancor prima del voto. L’astensione, che supera il 70% come nel caso delle ultime consultazioni, non è solo un dato statistico: è il sintomo di una frattura tra politica e cittadini, che nessuno può permettersi di ignorare. Eppure c’è chi, invece di interrogarsi sulle cause di questo distacco, preferisce brandire il mancato quorum come un trofeo, come se la democrazia potesse mai trionfare quando milioni di persone scelgono di restare a casa.

La sinistra, in particolare, sembra aver perso la bussola. Aver accorpato quesiti eterogenei – dalla giustizia alla cittadinanza – ha finito per disorientare persino il proprio elettorato, dimostrando quanto sia pericoloso confondere l’ideologia con le priorità concrete delle persone. Il referendum sulla cittadinanza, carico di aspettative simboliche, ha svelato una contraddizione lampante: il "paese reale", quello che non scende in piazza ma vive il quotidiano, spesso ha esigenze diverse da quelle immaginate dai partiti. E quando la politica non ascolta, il risultato è un voto che non premia nessuno, se non l’indifferenza.

Ma il problema non riguarda solo chi ha perso. Anche chi ha celebrato l’astensione come una vittoria ha commesso un errore grave, perché ha ridotto tutto a una questione di forza numerica, dimenticando che la democrazia si nutre di partecipazione. Quella stessa partecipazione che, negli anni, è stata erosa da una classe politica sempre più chiusa nel dialogo, preferendo i muri al confronto. I referendum, senza quorum o con quesiti mal formulati, rischiano di diventare l’ennesimo teatro di uno scontro sterile, dove a pagare il prezzo più alto è la credibilità delle istituzioni.

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