Giù le mani dal referendum, ma senza quorum è solo un rito svuotato
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Redazione Interno
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C’è qualcosa di profondamente malato in un sistema democratico che trasforma il referendum – strumento nato per dare voce diretta ai cittadini – in una sterile contabilità di astensioni. Quello che doveva essere un momento di partecipazione si riduce a una battaglia di numeri, dove il vero sconfitto non è l’una o l’altra parte politica, ma la democrazia stessa. Eppure, nonostante l’evidenza, c’è chi continua a celebrare l’assenza di votanti come un successo, come se l’indifferenza potesse mai essere un segnale di vittoria.
L’ultima tornata referendaria, incentrata su temi come lavoro e cittadinanza, ha registrato un’affluenza imbarazzante: appena il 30,6% a livello nazionale, con punte ancora più basse in alcune realtà. A Piacenza, per esempio, meno di tre cittadini su dieci si sono presentati alle urne, un dato che la colloca all’ultimo posto in Emilia-Romagna. Se è vero che il quorum non è stato raggiunto, è altrettanto vero che il problema non sta nell’esito della consultazione, ma nel fatto che essa sia stata percepita come irrilevante.
La retorica delle "piazze piene contro urne vuote", già evocata da Pietro Nenni nel 1948, torna oggi con una sconcertante attualità. Il fronte progressista, riunito attorno a figure come Conte, Landini e Schlein, ha cercato di ridare slancio a una mobilitazione che, però, non si è tradotta in partecipazione. E mentre alcuni esultano per l’astensione, come se fosse un plebiscito contro le opposizioni, altri la interpretano come un segnale di disillusione verso la politica nel suo complesso.
Ma la verità è che nessuno può appropriarsi dell’indifferenza altrui. L’astensione non è un voto di protesta, né un endorsement implicito: è semplicemente l’ennesimo sintomo di un malessere più profondo, quello di una democrazia che fatica a coinvolgere i suoi cittadini. Se il referendum diventa un rito svuotato, dove il dibattito si riduce a calcoli di convenienza e non al merito delle questioni, allora è il momento di chiedersi se non sia il meccanismo stesso a dover essere ripensato.




