Robert De Niro a Roma, tra il Papa e la paura per Trump
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
“Good morning! È un piacere conoscerla!”. Con queste parole, semplici e informali, Papa Leone XIV ha accolto ieri Robert De Niro, suggellando un incontro molto atteso dall’attore statunitense, il quale aveva più volte manifestato il desiderio di stringere la mano al pontefice connazionale. “Anche per me”, ha replicato il due volte premio Oscar, chiudendo così un momento che andava al di là della formale udienza vaticana. Questo episodio, di per sé significativo, ha rappresentato il culmine di una densa due giorni romana per De Niro, la quale si è articolata tra impegni istituzionali, come il conferimento della Lupa Capitolina in Campidoglio, e iniziative imprenditoriali di altissimo profilo, a dimostrazione di un legame con la capitale che si va intensificando.
L’albergo e la visione globale
Proprio a Roma, lo scorso 6 novembre, l’attore ha infatti inaugurato il primo Nobu Hotel & Restaurant italiano, un’operazione che va ben oltre la semplice apertura di una struttura ricettiva. L’hotel, che sorge in un luogo strategicamente rilevante della città, rappresenta il primo avamposto in Italia della catena di lifestyle di lusso da lui co-fondata insieme a Nobu Matsuhisa e Meir Teper. L’evento, celebrato con la tradizionale Sake Ceremony, non è che l’ultimo tassello di un’espansione globale che, numeri alla mano, conta già un portfolio impressionante: quarantasei hotel, cinquantasette ristoranti e venti residenze, alcuni già operativi e altri in via di sviluppo in ogni angolo del pianeta. Un progetto, il suo, che parla un linguaggio internazionale ma che trova in una piazza simbolica come Roma un punto di approdo particolarmente significativo.
L’allarme politico al cinema
Se l’incontro con il Papa e l’inaugurazione dell’hotel hanno occupato la parte più istituzionale e mondana della visita, è stato in una sala cinematografica che De Niro ha scelto di esprimere, senza mezzi termini, le sue apprensioni più profonde. In occasione della proiezione di “C’era una volta in America”, il suo capolavoro diretto da Sergio Leone, presso il The Space Cinema Moderno, l’attore ha risposto a una sollecitazione di Walter Veltroni riguardo all’America contemporanea. “Che Dio ci aiuti”, ha esclamato, condensando in una frase una preoccupazione che ha poi articolato con maggiore precisione. La sua esortazione, netta e diretta, è stata quella di reagire all’ascesa di Donald Trump, affinché gli Stati Uniti, come ha dichiarato, non si trasformino in “una dittatura fascista”. Un monito lanciato davanti a un pubblico di giovani e scuole di cinema, in un contesto che, pur essendo culturale, ha assunto forti connotati civili.
Un impegno che va oltre la finzione
Quello romano si configura dunque come un viaggio dai molteplici piani, dove l’arte, gli affari e l’impegno civile si intrecciano senza soluzione di continuità. La consegna della Lupa Capitolina, riconoscimento onorario della Città, ne ha sancito il profilo pubblico; l’apertura dell’hotel ne ha ribadito le capacità e gli interessi imprenditoriali su scala mondiale; le parole sul presidente Trump, infine, hanno rivelato una coscienza politica vigile e per nulla disposta a tacere. Senza concedere nulla alla retorica, De Niro ha utilizzato la sua visibilità per lanciare un messaggio che, partendo dalla capitale italiana, mira dritto al cuore del dibattito politico a stelle e strisce, mostrando come la sua figura travalichi ormai stabilmente i confini della macchina da presa per calarsi appieno nelle dinamiche sociali del presente.




