Il giallo di Torri di Quartesolo, la morte di Diana e le domande del fratello
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Redazione Interno
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L’alba del 4 dicembre, a Torri di Quartesolo, ha consegnato agli inquirenti un’immagine drammatica e per molti versi ancora indecifrabile. Diana Canevarolo, quarantanovenne che lavorava per un’impresa di pulizie della zona, è stata rinvenuta in fin di vita nel cortile della sua abitazione, aggredita da ferite profonde alla testa e al collo che, dopo due giorni di agonia, ne avrebbero causato la morte in ospedale. Un epilogo, quello nel reparto di terapia intensiva del San Bortolo di Vicenza, che ha chiuso una vita e aperto un labirinto giudiziario, dove la procura locale – esclusa da subito l’ipotesi di una caduta accidentale – si muove ora sul terreno più impervio, quello dell’omicidio volontario. Un reato, questo, iscritto nel fascicolo con la dicitura di “ignoti”, mentre gli investigatori setacciano ogni frammento di verità, consapevoli che le ultime persone ad averla vista in vita, stando alle ricostruzioni, sarebbero state il compagno convivente e il figlio.
Le dichiarazioni del fratello e il clima di tensione domestica
A rompere il silenzio che spesso segue simili tragedie è la voce di un familiare, il fratello della vittima, il quale delinea un quadro domestico tutt’altro che sereno. “Vivevano separati in casa e litigavano”, racconta, riferendo come quelle tensioni fossero note non solo a lui ma anche ad amiche e vicini di casa, fonti che hanno descritto un clima di conflittualità persistente. Una situazione, questa, che gli inquirenti non possono ignorare, pur nella massima cautela e nel rigoroso rispetto delle garanzie processuali per tutti i soggetti coinvolti. Le parole del fratello, del resto, suonano come un amaro controcanto alla fredda procedura giudiziaria: “Il compagno? L’unico era lui”, ha dichiarato, lasciando trapelare un sospesto doloroso che si intreccia con la ricerca di prove materiali e riscontri oggettivi.
L’inquadramento giuridico e le mosse della procura
La decisione della procura vicentina di inquadrare il caso nell’alveo dell’articolo 575 del codice penale, quello sull’omicidio volontario, segna un punto di non ritorno nell’indagine, trasformando un iniziale mistero in un preciso filone d’accusa, seppur ancora privo di un volto definito. L’assenza di nominativi nel registro degli indagati, in questa fase, è un elemento tecnico che riflette la complessità delle operazioni in corso, volte a stabilire con esattezza dinamiche, movente e autore materiale di un gesto che ha privato della vita una donna nel luogo che avrebbe dovuto rappresentarne la massima sicurezza. L’avvocato Cesare Dal Maso, legale che assiste il compagno e il figlio di Diana Canevarolo, ha confermato l’apertura del fascicolo per omicidio, inserendosi in un procedimento dove ogni parte è chiamata a contribuire alla ricostruzione dei fatti.
Il percorso investigativo verso la verità giudiziaria
Il lavoro che attende ora i magistrati e le forze dell’ordine si configura come un minuzioso esercizio di analisi, che passa attraverso il riesame di ogni dettaglio emerso dalla scena del ritrovamento, dalle relazioni medico-legali e dalle testimonianze raccolte nel condominio e nell’ambito della cerchia di conoscenze della vittima. La profondità e la natura delle ferite, elementi già sufficienti a scartare la pista accidentale, diventano tasselli fondamentali per comprendere la violenza dell’aggressione, mentre il movente rimane l’interrogativo più oscuro da sciogliere. L’indagine prosegue dunque il suo corso, lontana dai riflettori della cronaca e ancorata a quel metodo scrupoloso che deve accompagnare ogni passo verso una verità giudiziaria, la sola in grado di dare un nome, e forse una spiegazione, a quanto accaduto in quella notte di dicembre.




