L'incubo dell'Himalaya: oltre 1.300 dispersi in Nepal dopo l'alluvione
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Redazione Esteri
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Immaginate di riempire di ghiaccio la Basilica di San Pietro, un cubetto sopra l'altro sino agli ori del soffitto a cassettoni. Poi fate lo stesso con il Duomo di Milano e quello di Bari, la Cattedrale di Palermo, Santa Maria Novella a Firenze, San Marco a Venezia, la Chiesa del Santo a Padova e anche la Torre di Pisa e la Mole Antonelliana di Torino: stipatele di neve e ghiaccio e poi buttatele giù con un colpo solo, mura, statue e tegole incluse, da un pendio lungo almeno tremila metri.
È questa, per quanto approssimativa, l'immagine che restituisce la potenza devastante dell'alluvione che mercoledì ha colpito la regione himalayana del Nepal, una catastrofe i cui numeri, aggiornati a oggi, parlano di almeno 390 vittime accertate e di oltre 1.300 dispersi, un bilancio che continua a salire man mano che le squadre di soccorso riescono a penetrare nelle valli più isolate.
La testimonianza di un sopravvissuto italiano
Tra i sopravvissuti c'è Stefano Lotumolo, il fotografo italiano che si trovava nella zona di Tamure, a pochi chilometri dal confine tra Nepal e Cina, uno degli epicentri della furia dell'acqua e del fango. Il suo racconto, affidato ai social network, restituisce l'atmosfera di terrore vissuta in quelle ore, quando le onde di detriti hanno raggiunto altezze che definisce "incredibili", paragonabili a scene da film catastrofici.
Lotumolo ha passato la notte rintanato in una casa arroccata sulle montagne, in attesa che l'incubo finisse, e solo la mattina seguente, a partire dalle sei, l'arrivo dei militari nepalesi ha permesso a lui e agli altri superstiti di essere tratti in salvo. Un ritardo di poco più di un quarto d'ora, come ha raccontato lo stesso fotografo, è stato ciò che ha determinato la sua sopravvivenza, un margine di tempo che in quelle condizioni è parso un'eternità.
Il Glof e la crisi climatica
Dietro questa tragedia, come spesso accade in questa regione del mondo, si staglia l'ombra lunga del cambiamento climatico, che trasforma i fragili equilibri dell'Himalaya in una polveriera ambientale. Il fenomeno che ha scatenato il disastro è noto come Glof, un acronimo che sta per "Glacial Lake Outburst Flood", ovvero l'esondazione improvvisa di un lago glaciale, una sorta di pistola climatica già carica da tempo.
Il riscaldamento globale sta accelerando il ritiro dei ghiacciai e la perdita di massa glaciale, come aveva già osservato nel corso del 2025 Gunjan Silwal, dottorando del programma OnePlanet dell'Università di Newcastle, il quale aveva evidenziato come queste dinamiche espongano le comunità montane a impatti a cascata, dalla scarsità d'acqua all'aumento di rischi quali inondazioni improvvise, valanghe e frane di roccia.
Le acque, liberate dal cedimento di una diga morenica, si sono riversate a valle trascinando con sé fango, massi e alberi, spazzando via villaggi interi e seppellendo centinaia di persone.
I soccorsi e le sfide del terreno
Le operazioni di ricerca e salvataggio, condotte dall'esercito nepalese con l'impiego di elicotteri e squadre di terra, procedono con estrema lentezza a causa delle infrastrutture danneggiate, dei ponti crollati e delle strade rese impraticabili dal fango, che rendono difficoltoso l'accesso anche solo a un tratto della Valle del Bhote Koshi, la più colpita. Le speranze di trovare altri sopravvissuti si affievoliscono di ora in ora, mentre il fango e l'acqua gelida continuano a nascondere i corpi di chi è stato travolto, e il conteggio dei dispersi, che supera ormai le 1.300 unità, tiene il paese in un'angoscia senza fine. Ogni nuovo rapporto delle autorità locali aggiorna al rialzo le cifre di una tragedia che già si configura come una delle peggiori degli ultimi anni, mettendo a nudo la fragilità di un territorio che paga il prezzo più alto per un riscaldamento globale che non ha mai contribuito a generare.
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