Qualcosa di lilla, il racconto televisivo che apre una crepa nel muro dell’adolescenza

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   ROMA – Non tutte le ferite, si sa, sanguinano all’esterno. Alcune restano lì, incapsulate nel gesto ripetuto di chi svuota un piatto nel water o nel rifiuto sistematico del cibo, eppure parlano – eccome se parlano – attraverso un silenzio assordante che solo chi le vive riconosce. Qualcosa di lilla, in onda questa sera su Rai 1, cerca di tradurre quel silenzio in immagini, affidandosi a una regia, quella di Isabella Leoni, che non concede facili sentimentalismi. Il film, lo si dice subito, non è un documentario né una lezione di pedagogia: è un’opera di finzione che affonda le radici in testimonianze reali, e lo fa senza la pesantezza del pamphlet, ma nemmeno con la leggerezza di chi vuole solo intrattenere. Ne esce un racconto sulla bulimia, intesa non come capriccio o come malattia del benessere – luoghi comuni che l’autrice smonta in pochi fotogrammi – ma come sintomo, come grido strozzato di un bisogno di ascolto e di identità.

Il come prigione e come grido

La scelta del titolo, *Qualcosa di lilla*, non è casuale: il lilla è un colore che non urla, non si impone, eppure resta impresso nella retina proprio per la sua natura sospesa, né caldo né freddo. Lo stesso accade ai disturbi alimentari nell’immaginario collettivo: li si intravede, spesso quando ormai è tardi. Alessandro Tersigni e Federica Pala, protagonisti della pellicola, interpretano due giovani che non sono “casi clinici” da manuale, ma persone comuni, con le loro fragilità, le loro bugie quotidiane, i loro tentativi maldestri di tenere insieme un’immagine pubblica e una sofferenza privata. E qui sta la forza del film: non ti propone mostri, ma specchi. Ti mostra come la bulimia diventi, per chi ne è prigioniero, una sorta di grammatica segreta, un linguaggio per dire “non ce la faccio” senza dover pronunciare quelle quattro parole.

Tra finzione e realtà: il valore delle testimonianze

Non c’è, in questo lavoro, la pretesa di offrire soluzioni facili. Ispirandosi a vicende realmente accadute, la sceneggiatura evita la trappola del “lieto fine” o della guarigione miracolosa. La regista mette in scena piuttosto il percorso accidentato, fatto di ricadute, di bugie agli specchi e ai propri cari, di quelle piccole vittorie che nessuno vede perché avvengono dentro una stanza chiusa. I due attori principali, va detto, riescono a restituire l’ambivalenza tipica di questa fascia d’età: l’adolescente che vuole essere aiutato ma respinge ogni mano tesa, che cerca un’ancora ma finge di saper nuotare. E se da un lato il film parla ai ragazzi, dall’altro interpella gli adulti – genitori, insegnanti – invitandoli a guardare oltre il rendimento scolastico o il sorriso di circostanza.

Un’occasione televisiva fuori dagli schemi consueti

Che a raccontare tutto questo sia Rai 1, in prima serata, non è un dettaglio secondario. La televisione generalista, spesso accusata di banalizzare i temi complessi, si prende qui un rischio: mostrare la bulimia senza filtri estetizzanti, senza quella patina patinata che trasforma il dolore in spettacolo. Le scene, a quanto si apprende dalle interviste al cast, sono state costruite con la consulenza di esperti, e questo si vede nella cura con cui vengono trattati i gesti – il rapporto con il cibo, la fuga in bagno, lo sguardo perso davanti allo specchio. Non c’è compiacimento, non c’è voyeurismo. C’è invece una regia che sa quando avvicinarsi al volto dell’attrice e quando lasciare spazio al vuoto, a quello che non viene detto.

Un’eredità complessa per chi guarda

*Qualcosa di lilla* non è un film che si dimentica appena spento il televisore. Lascia addosso quella sensazione – tipica delle grandi storie – di avere guardato qualcosa di vero, anche se si trattava di finzione. E forse è proprio questo il suo valore più grande: ricordare che dietro ogni disturbo alimentare non c’è una moda o una debolezza, ma una persona intera, con le sue contraddizioni, le sue paure, il suo bisogno disperato di essere vista. Senza urlare, senza fare scandalo. Semplicemente essendoci. Come quel colore lilla, appunto: discreto, ma indelebile.

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