Attentato a Ranucci, il pm indaga per strage: Lavitola sarebbe il mandante
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Redazione Interno
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Una svolta inattesa, e forse ancora più inquietante di quanto si potesse ipotizzare, ha scosso le indagini sull’attentato che lo scorso ottobre ha preso di mira Sigfrido Ranucci, il noto conduttore di Report. La pista, che inizialmente sembrava potersi orientare verso la criminalità organizzata campana o verso gruppi albanesi, ha preso una piega del tutto diversa, portando gli inquirenti a concentrare i propri sforzi su un nome che, per molti versi, rappresenta un vero e proprio colpo di scena: Valter Lavitola.
L'imprenditore ed ex giornalista, già noto alle cronache giudiziarie per una condanna per estorsione ai danni di Silvio Berlusconi risalente al 2014, è ora al centro di un procedimento che gli contesta niente meno che il reato di strage, in concorso con altre persone ancora non identificate.
L’accusa e il decreto di perquisizione
La Direzione distrettuale antimafia di Roma, attraverso un decreto di perquisizione emesso il 4 luglio, ha messo nero su bianco i gravi indizi che gravano su Lavitola. Secondo quanto ricostruito dai pm, l’imprenditore avrebbe affidato a un intermediario il compito di individuare soggetti in grado non solo di reperire materiale esplosivo, ma anche di farlo detonare proprio davanti all’abitazione di Ranucci, situata a Pomezia, nell’hinterland romano.
L’episodio, che risale all’ottobre scorso, avrebbe quindi una matrice ben diversa da quella inizialmente prospettata, e l’ipotesi di reato formulata dalla procura è tra le più gravi previste dal codice penale, proprio per la potenziale capacità di seminare terrore e pericolo per la collettività.
Il sopralluogo e il ruolo del dipendente
A corroborare il quadro indiziario, gli investigatori hanno ricostruito un dettaglio che appare particolarmente significativo: un sopralluogo effettuato circa un mese prima dell’attentato, che Lavitola avrebbe compiuto insieme al presunto intermediario. Un elemento che, agli occhi della procura, confermerebbe la pianificazione e la volontà di agire con cognizione di causa. In questo contesto, emerge la figura di Clesio Tavares, uno storico dipendente del ristorante di pesce di Lavitola, situato nella zona di Monteverde, non lontano da Trastevere.
Secondo le accuse, sarebbe proprio Tavares l’uomo incaricato direttamente da Lavitola di cercare i soggetti in grado di procurarsi l’esplosivo e di compiere l’azione, un ruolo che lo colloca al centro della fase esecutiva del piano criminoso.
La reazione di Sigfrido Ranucci
La notizia ha colpito duramente lo stesso Ranucci, che ha appreso con evidente sconcerto l’identità del presunto mandante. «Sono sconvolto, con Lavitola siamo amici», ha dichiarato il conduttore di Report, manifestando tutta la sua incredulità di fronte a una rivelazione che ha sconvolto la sua personale percezione dei fatti.
Un rapporto di amicizia, quello tra i due, che rende la vicenda ancora più complessa e che lascia intravedere una dinamica del tutto inedita rispetto alle tradizionali logiche dell’intimidazione nei confronti dei giornalisti, aprendo scenari che solo il prosieguo delle indagini potrà chiarire.
Il profilo di Valter Lavitola
Valter Lavitola, ex direttore de L’Avanti!, è un personaggio che da anni si muove tra imprenditoria e giornalismo, con un passato giudiziario che lo aveva già portato a un confronto con la giustizia. La condanna per l’estorsione ai danni di Berlusconi lo aveva reso noto al grande pubblico, ma dopo quella parentesi aveva cercato di ricostruirsi una vita professionale, dedicandosi alla ristorazione nella Capitale.
Ora, la contestazione del reato di strage, aggravato dalla possibile finalità mafiosa, lo riporta al centro di un’inchiesta di portata nazionale, che vede i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e Frascati al lavoro per verificare ogni singolo tassello di una vicenda che ha dell’incredibile.
La perquisizione eseguita nei giorni scorsi nei confronti di Lavitola rappresenta solo l’ultimo atto di un’indagine che i magistrati della Dda di piazzale Clodio stanno conducendo con il massimo riserbo, per far luce su un attentato che, nelle sue intenzioni, mirava a colpire un simbolo del giornalismo italiano, e che ora svela una trama dai contorni ancora tutti da definire.




