Bomba a Ranucci, la Procura indaga Lavitola come mandante. Il giornalista: «È un amico, non ci credo»

Bomba a Ranucci, la Procura indaga Lavitola come mandante. Il giornalista: «È un amico, non ci credo»
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Redazione Interno Redazione Interno   -   È il 16 ottobre 2025 quando un ordigno esplode davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci, a Campo Ascolano, frazione di Pomezia. La deflagrazione, potentissima, distrugge l’auto del giornalista e quella di sua figlia, danneggiando il cancello di casa. Il conduttore di Report, in casa in quel momento, non rimane ferito, ma la pista che si apre è quella di un attentato premeditato e ben organizzato.

A distanza di mesi, l’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma ha portato a un nome: Valter Lavitola, ex direttore del quotidiano L’Avanti!, imprenditore e faccendiere dal curriculum giudiziario denso di vicende politiche e finanziarie, è ora il presunto mandante dell’azione criminale.

Lavitola, che secondo gli inquirenti avrebbe diretto le operazioni dall’ombra, è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di strage e altri reati aggravati dal metodo mafioso, in concorso con i quattro esecutori materiali già arrestati e un intermediario, un dipendente del suo ristorante, che sarebbe stato fatto allontanare dall’Italia subito dopo l’attentato.

La struttura della presunta organizzazione criminale, ricostruita dai magistrati, presenta i contorni di una gerarchia chiara: alla base la manovalanza, un intermediario a fare da collante e, al vertice, la mente che avrebbe pianificato e ordinato il tutto. Ma se l’architettura del blitz appare chiara, il movente resta il vero nodo da sciogliere, anche perché, e questa è la contraddizione più stridente, la vittima designata considera l’indagato un amico.

La parabola di Valter Lavitola, dal potere alla cella

Per comprendere la portata dell’accusa, occorre ripercorrere la biografia di Valter Lavitola. Nato a Salerno nel 1966, si laurea in Scienze politiche e si avvicina giovanissimo al Partito Socialista Italiano, entrando ben presto nell’orbita di Bettino Craxi. La sua ascesa nel mondo del potere e dell’informazione passa attraverso la fondazione e la direzione del quotidiano L’Avanti!, che guida tra il 1996 e il 2011 e che diventa uno strumento per tessere relazioni influenti, soprattutto con Silvio Berlusconi, che lo candida alle Europee nel 2004.

Lavitola non è solo un editore, ma un intermediario globale, capace di muoversi tra politica, affari e diplomazia parallela, come dimostrano le sue trame a Panama, dove avrebbe fatto da tramite per commesse pubbliche italiane in cambio di tangenti. Questa carriera da faccendiere si interrompe bruscamente quando la magistratura inizia a fare chiarezza sui suoi affari.

Le condanne fioccano: per la truffa sui finanziamenti statali all'editoria, per tentata estorsione ai danni dello stesso Berlusconi (in relazione al caso delle escort di Tarantini) e per concorso in corruzione per la compravendita di senatori. Dopo una latitanza in Sudamerica, si consegna e sconta circa quattro anni di carcere, per poi essere messo ai domiciliari. Uscito dal circuito penale, negli ultimi anni Lavitola sembrava essersi ritirato a vita privata, gestendo un ristorante di pesce a Roma, il Cefalù Bistrò, nel quartiere Monteverde.

Ed è proprio dalla sua nuova attività che si dipana il filo che lo riconnette all'attentato, attraverso uno dei suoi dipendenti.

La catena di comando e il movente ancora oscuro

Il decreto di perquisizione firmato dai pm della DDA di Roma traccia il perimetro dell’accusa. Lavitola, stando a quanto ricostruito, avrebbe incaricato Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense di 47 anni e dipendente del suo ristorante, di trovare persone disposte a procurarsi dell’esplosivo e a farlo detonare davanti alla casa del giornalista. L’intermediario, poi, avrebbe ingaggiato i quattro esecutori materiali, fermati tra Napoli e Avellino, in cambio di alcune migliaia di euro.

A confermare il coinvolgimento diretto di Lavitola, gli inquirenti citano un dettaglio di non poco conto: il 15 settembre 2025, un mese prima dell'attentato, i telefoni di Lavitola e del suo intermediario avrebbero agganciato le celle telefoniche nei pressi dell'abitazione di Ranucci a Pomezia, un sopralluogo che gli investigatori definiscono funzionale alla pianificazione del blitz.

A questo si aggiunge il comportamento successivo all’esplosione: Lavitola si sarebbe “interessato all'immediato allontanamento dall'Italia” del suo intermediario, Gomes, facendolo partire per il Camerun e preoccupandosi della sua assistenza legale, un gesto che, per la procura, tradisce la consapevolezza di essere il mandante. Resta il grande interrogativo: perché Lavitola avrebbe dovuto colpire Ranucci? Gli inquirenti stanno analizzando ogni aspetto, dalle inchieste di Report ai contatti personali, ma per ora non è emersa una spiegazione chiara.

Il movente è il tassello mancante di un puzzle che sta tenendo impegnati i magistrati di piazzale Clodio, con l’obiettivo di chiarire se l’attentato sia legato a vecchie inchieste giornalistiche o a questioni più personali e trasversali.

L’incredulità di Ranucci e il legame di amicizia

La scoperta di Lavitola come presunto mandante ha gettato nello sconforto il giornalista di Report, che non solo non ha mai nascosto il suo rapporto con l'ex editore, ma lo ha sempre definito un “amico vero”. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Ranucci ha dichiarato di essere “rimasto molto sorpreso” e di non riuscire a credere che Lavitola possa aver voluto fare del male a lui e alla sua famiglia.

Il loro rapporto, come ha raccontato lo stesso Ranucci, era iniziato nel 2019, in seguito a un’inchiesta che Report aveva condotto sul conto di Lavitola, e si era consolidato nel tempo. “Vado a mangiare da lui molto spesso, almeno ogni due settimane. È un rapporto di amicizia che non ho mai nascosto”, ha spiegato, definendo quasi come una “sindrome di Stoccolma” quel legame. Ranucci, che vive sotto scorta dal 2014 a seguito di minacce ricevute per le sue inchieste su mafia e traffici illeciti, ha poi avanzato una sua personale ipotesi.

Pur ribadendo di avere piena fiducia nella magistratura, ha ipotizzato che l’attentato potesse non essere indirizzato direttamente a lui, ma piuttosto un “gesto trasversale”, un messaggio per qualcun altro che il giornalista avrebbe potuto raggiungere attraverso le sue inchieste: “Posso immaginare che l'attentato non fosse tanto diretto a me, piuttosto a qualcun altro per non farmi arrivare qualche notizia”, ha dichiarato.

La sua incredulità è un sentimento che contrasta con la freddezza delle carte giudiziarie, che descrivono una macchina organizzativa pronta a colpire, con sopralluoghi, intermediari e un mandante che, secondo l’accusa, avrebbe pensato a tutto, fino a predisporre la fuga dei complici. Sul futuro dell'indagine, ora, la parola passa alle prove e ai materiali sequestrati, mentre il clima politico si surriscalda con accuse incrociate sul possibile movente e con le richieste di chiarezza da più parti.

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