Il toto-nomi per il dopo Gravina: chi guiderà il calcio italiano?

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’ennesima notte amara, quella di Zenica, ha risvegliato nel calcio italiano quel rituale ormai più stagionale che eccezionale: il discorso sulla necessità di riformare il movimento “dalle fondamenta”, un’espressione che negli anni passati si è tradotta, nella pratica, nel consegnare al pubblico deluso una o due teste eccellenti. Stavolta, però, il meccanismo sembra incepparsi prima del solito, perché le dimissioni di Gabriele Gravina – formalmente ancora in carica ma con un futuro in Federcalcio ormai segnato – hanno aperto un vero e proprio toto-nomi per la successione. Non si tratta, lo dice lui stesso, di togliersi semplicemente qualche sassolino dalle scarpe né tantomeno di una rivalsa personale per gli attacchi subiti; Gravina, la cui posizione è oggi istituzionalmente diversa da quella di una settimana fa, vuole fare chiarezza. E nel farlo, scarica su molti altri le responsabilità di scelte che oggi mezza Italia gli rinfaccia: stadi, tax credit, scommesse, il numero di italiani schierati in campo. Tutto finisce nel calderone delle accuse alla politica del dimissionario.

La replica inattesa dal mondo dell’atletica

Tra i primi a rispondere, e a farlo via social, alle esternazioni di Gravina su certi temi – in particolare quando l’ormai ex numero uno della Figc ha parlato di “sport dilettantistici” e “atleti di Stato” – c’è stato Iliass Aouani, primatista italiano di maratona. Un terzo posto ai Mondiali di Tokyo, una storia di immigrazione dal Marocco, la vita a Ponte Lambro, una laurea in ingegneria civile negli Stati Uniti e una passione infinita per la corsa fanno da sfondo alla biografia di Aouani, che ha due fratelli ex calciatori. La sua critica a Gravina è netta: “offensivo”, scrive, sostenendo che il calcio italiano sia diventato uno sport per aristocratici, dove si va avanti per conoscenze. Un attacco trasversale, questo, che colpisce non solo la gestione federale ma l’intero ecosistema che ruota attorno al pallone, rivelando un malessere che va ben oltre la mancata qualificazione mondiale.

Solidarietà inaspettata e pressioni denunciate

Dall’altra parte della barricata, invece, si è schierato Sergio Pedrazzini, dirigente sportivo lodigiano e consigliere federale dell’area nord per la Lnd, nonché ex presidente del comitato regionale lombardo. Pedrazzini ha voluto esprimere solidarietà a Gravina, e lo ha fatto con parole che suonano come una difesa d’ufficio ma anche come un’ammissione indiretta. «Quello di Gravina – ha detto – è stato un atto di responsabilità, tipico di chi occupa certe posizioni». Subito dopo, però, l’inciso che cambia prospettiva: «Le pressioni che ho visto e letto in questi giorni non mi sono piaciute. Le dimissioni devono essere un atto volontario». Con questa frase, Pedrazzini lascia intendere che sull’addio di Gravina possano aver pesato fattori esterni, pressioni indebite che non specifica ma che colloca nel clima infuocato seguito all’eliminazione con la Macedonia del Nord prima e con la Bosnia poi. Una squadra, quest’ultima, che molti tifosi italiani hanno imparato a guardare con simpatia: caldi ma corretti i suoi sostenitori, Edin Džeko un gran signore, tanto da spingere qualcuno a dire “tiferemo per lei” al Mondiale. Ma il nodo resta qui, a casa nostra.

La partita vera si gioca fuori dal campo

La Bosnia, insomma, andrà in Qatar. L’Italia, ancora una volta, no. E il toto-nomi per il dopo Gravina si intreccia ora con le inchieste giudiziarie – sempre rispettate nei loro sviluppi senza dettagli espliciti – e con le dinamiche di potere interne alla Federcalcio. Chi prenderà il suo posto? Non è dato saperlo, e sarebbe prematuro fare nomi. Quel che emerge, però, è un quadro frammentato: da un lato chi, come Aouani, denuncia un sistema chiuso e autoreferenziale; dall’altro chi, come Pedrazzini, difende l’ex presidente ma ammette che le pressioni subite non erano normali. In mezzo, la lunga teoria di problemi irrisolti: stadi obsoleti, il tax credit per gli investimenti, il rebus delle scommesse sportive, la cronica mancanza di giovani italiani nei campionati professionistici. Tutte accuse che Gravina, ormai libero da vincoli di ruolo, ha ribaltato contro la politica e contro molti dirigenti. Una resa dei conti, la sua, che forse arriva tardi ma che comunque consegna agli eredi un’eredità pesantissima. E mentre i nomi dei possibili successori circolano nei corridoi della Federcalcio, una cosa appare chiara: il calcio italiano non cerca solo un presidente, ma qualcuno disposto a prendersi la responsabilità di un cambiamento che nessuno, finora, ha saputo davvero iniziare.

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