Il toto-nomi dopo il terremoto Figc: da Malagò ad Abete, la resa dei conti nel pallone
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Redazione Sport
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La notte fonda in cui è sprofondato il calcio italiano, quella maledetta di Zenica che ci ha consegnato la terza assenza consecutiva a un mondiale, non sembra aver prodotto l’auspicato scatto d’orgoglio, bensì una ridda di chiacchiere da bar. Se l’obiettivo – dichiarato a gran voce – è voltare pagina e rifondare l’intero movimento, il modo in cui si sta muovendo la nostra politica sportiva (o quella che dovrebbe esserlo) rappresenta un autentico autogol. A giudicare dai nomi che rimbalzano furiosamente tra gli spifferi di via Allegri, infatti, siamo partiti malissimo: dimenticando l’onta sportiva, ci si sta accapigliando sulla spartizione delle poltrone.
La successione a Gravina tra vecchie conoscenze e presunte soluzioni
Dopo le dimissioni ufficiali di Gabriele Gravina, arrivate sotto la pressione di un sistema politico che ne chiedeva la testa (una quarantina di senatori di maggioranza e opposizione hanno firmato un’interrogazione alla premier), il countdown per le elezioni è già scattato. Si vota il 22 giugno. E, guarda caso, il nome più accreditato per prendere il suo posto è quello di Giovanni Malagò. L’attuale numero uno del Coni, reduce dal trionfo mediatico di Milano-Cortina, viene visto dai club di Serie A come il manager ideale per rasserenare i rapporti con il governo; peccato che questa soluzione puzzi di “nomina dall’alto” più che di vera rivoluzione.
Ma non finisce qui. Perché accanto a Malagò, come un fantasma del passato, torna a farsi sentire il nome di Giancarlo Abete. Un ritorno al futuro che la fa da padrone in queste ore convulse: Abete, forte del peso elettorale del mondo dei Dilettanti (che da solo vale il 34% dei voti in assemblea), rappresenterebbe l’esatto opposto del cambiamento. La sua candidatura, insomma, è la fotografia perfetta di una casta che si barrica, dove l’unico orizzonte sembra essere quello di cambiare “i deretani sulle sedie” senza intaccare le poltrone.
L’addio di Gattuso e la panchina che verrà
Nel frattempo, il fronte tecnico si è già smembrato. Come anticipato nei giorni concitati successivi al flop, Gennaro Gattuso ha rescisso consensualmente il contratto. L’ex centrocampista, che era stato ingaggiato con la missione esplicita di portarci in America, ha lasciato la panchina azzurra con un comunicato asciutto: «Con il dolore nel cuore, non avendo raggiunto l’obiettivo, ritengo conclusa la mia esperienza». La sua avventura, costellata da un’unica, vera, batosta rimediata contro la Norvegia a San Siro, si chiude dopo appena dieci mesi.
E qui si riapre il circo. Perché se la panchina è vacante (e con essa anche il ruolo di capo delegazione, dopo l’addio di Gigi Buffon), i candidati a sostituirlo sono gli stessi che hanno già fallito in passato. Si vocifera di un clamoroso ritorno di Roberto Mancini -10, l’artefice della vittoria europea ma anche di quella gestione che portò alla mancata qualificazione per il Qatar, oppure di Antonio Conte. Un viavai di allenatori strapagati che lascia intendere come, anche sotto questo fronte, la tanto sbandierata “rifondazione” rischi di essere solo una petizione di principio.
La lezione (ignorata) di Arianna Fontana
A rendere il quadro ancora più surreale ci ha pensato proprio Gravina, prima di gettare la spugna, con una conferenza stampa da dimenticare. Nel tentativo di giustificare l’ingiustificabile, il presidente dimissionario si è lasciato andare a una gaffe clamorosa: paragonando il calcio (definito “professionistico”) ad altre discipline definite “dilettantistiche” o “sport di Stato”, citando tra le righe anche la campionessa olimpica Arianna Fontana. Un lapsus rivelatore, che smonta da solo la presunzione di supremazia del pallone nostrano.
La risposta della fuoriclasse dello short track è arrivata secca e carica di quella dignità che manca ai vertici del calcio. «Serve una riflessione più moderna e più rispettosa sul valore reale dello sport italiano», ha scritto la Fontana, sottolineando come la definizione di "professionista" debba tenere conto dei sacrifici e non delle etichette burocratiche. Il calcio, insomma, dovrebbe aiutare ad alzare il livello di tutto lo sport italiano, non usare i successi altrui come parafulmine per i propri fallimenti.
Il baratro della terza esclusione
Dimentichiamo per un attimo il teatrino dei nomi. Il dato nudo e crudo, che rischia di essere sepolto dalla valanga di comunicati stampa, è che l’Italia mancherà ai Mondiali per la terza volta consecutiva. Un’apocalisse sportiva che nessun gioco di poltrone potrà mai cancellare. Mentre si discute se sia meglio l’usato sicuro Abete o l’uomo delle Olimpiadi Malagò, il movimento giovanile affonda, i nostri talenti latitano e la nazionale vive di rendita su un mondiale vinto ormai venti anni fa.
Se questo è l’orizzonte, se la risposta a una crisi epocale è il solito valzer dei dirigenti pronti a spartirsi le preferenze elettorali (le elezioni, guarda caso, si terranno a Mondiali già iniziati, dal 22 giugno), allora siamo davvero spacciati. La lezione che arriva da atlete come Arianna Fontana, che portano alto il nome dell’Italia senza fare proclami, viene spazzata via dalla “casta del pallone”. E così, mentre si cercano i nuovi ct e i nuovi presidenti, il calcio italiano continua a perdere colpi fuori dal campo, molto più gravemente di quanto non abbia fatto a Zenica.
Meta Description: Terremoto Figc dopo il flop Mondiale. Gravina si dimette, si apre la corsa tra Malagò e Abete. Gattuso lascia la panchina, mentre Fontana replica alle gaffe.




