L'allarme di Dimon e il fantasma del 2008: il software nel mirino dell'intelligenza artificiale
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Redazione Economia
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Il timore, per certi versi, è persino più insidioso di quello che agitò i mercati sedici anni fa. Allora, a innescare il tracollo dei mutui subprime furono prodotti finanziari tossici e una bolla immobiliare, elementi estranei al grande pubblico ma letali per gli equilibri sistemici. Oggi, invece, il potenziale detonatore è qualcosa di pervasivo e apparentemente positivo come l'intelligenza artificiale, una tecnologia che, nella sua rapida ascesa, potrebbe però divorarsi uno dei settori cardine dell'economia digitale: il software. A lanciare l'ennesimo, grave avvertimento è Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, che tornando a parlare di "ansia alta" ha tracciato un inquietante parallelo con il periodo immediatamente precedente alla crisi finanziaria del 2008. La sua tesi, sostenuta da un panel di investitori, è che come all'epoca nessuno si aspettava che le società telefoniche e le utility fossero tra le vittime principali del collasso, oggi il mercato potrebbe essere colto di sorpresa dalla vulnerabilità del comparto software, la cui stessa esistenza è messa in discussione dall'avanzata dell'IA.
Il crollo del comparto e la nuova gerarchia tecnologica
I numeri, del resto, iniziano a dipingere uno scenario preoccupante. Da inizio anno, come rileva l'ETF IGW che raggruppa i titoli del settore, il software quotato a Wall Street ha lasciato sul campo oltre il ventisette per cento del proprio valore. Una emorragia che non è passata inosservata agli occhi degli analisti e, soprattutto, dei grandi gestori del credito privato e dei fondi di private equity, da settimane alle prese con la correzione dei propri portafogli proprio in quest'area. La ragione di questo ribasso, spiegano gli esperti, risiede in un profondo cambiamento delle priorità di mercato: la partita dell'intelligenza artificiale, nel corso del 2025, si sta giocando sempre più sul terreno dell'infrastruttura fisica, dei chip, dei data center e della connettività, lasciando in secondo piano – e quindi esponendo a vendite massicce – il livello applicativo, quel software che per decenni è stato considerato il regno incontrastato dell'innovazione e dei margini di profitto.
Il meccanismo della sostituzione e l'effetto domino sul credito
Il cuore della questione, infatti, risiede in un paradosso. Per mesi l'intelligenza artificiale è stata il principale motore della corsa al rialzo dei listini globali, alimentando aspettative di utili record e nuovi modelli di business. Con l'aumento dei tassi d'interesse e i primi segnali di rallentamento in alcune nicchie del software, il clima è però radicalmente mutato. Non perché la tecnologia abbia deluso le aspettative in termini di potenziale, ma perché il mercato ha iniziato a interrogarsi sulle sue conseguenze finanziarie dirette: se l'IA è in grado di scrivere codice, gestire piattaforme e automatizzare processi complessi, quale sarà il destino delle aziende che di quel codice e di quei processi hanno fatto la loro ragione sociale? È questo interrogativo a gettare un'ombra lunga e minacciosa sul mercato del credito privato, da sempre grande finanziatore delle software company. I fondi di private equity, che negli ultimi anni hanno investito miliardi in questo settore sulla base della certezza di flussi di cassa ricorrenti e prevedibili, si trovano ora con partecipazioni il cui valore è improvvisamente incerto, esposte al rischio di essere rese obsolete dalla stessa tecnologia che fino a ieri sembrava la loro principale alleata.




