Francia, voto municipale tra astensione e spinte populiste: il primo turno premia Le Pen e Mélenchon
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Oltre quarantuno francesi su cento, stando alle prime stime, hanno scelto domenica scorsa di non recarsi alle urne per il primo turno delle elezioni municipali, un’astensione che sfiora il record del 2020 e che, di per sé, racconta già molto dello stato di salute della democrazia transalpina. Il Paese che ne emerge, fotografato dai flussi di voto, è un territorio spaccato, frammentato in tante piccole patrie elettorali che sembrano parlarsi poco, attraversate da correnti profonde che spingono verso gli estremi dell’arco costituzionale. Se l’analisi complessiva è resa complicata dalla natura stessa della competizione locale, dove spesso i partiti nazionali si presentano sotto insegne diverse o celati dietro liste civiche, un dato appare incontrovertibile al termine di questa prima tornata: a sorridere sono soprattutto le forze considerate più radicali, il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella e La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Un’onda che, se confermata al ballottaggio, ridisegnerebbe la geografia politica in vista della scadenza ben più decisiva dell’Eliseo, prevista tra un anno esatto.
La destra nazionale consolida i suoi feudi e avanza nel Sud
Il partito lepenista, forte di una strategia di radicamento territoriale portata avanti con pazienza negli ultimi cicli elettorali, ha potuto festeggiare riconferme lampo in diversi dei suoi storici bastioni. A Perpignano, il vicepresidente del partito Louis Aliot è stato rieletto al primo colpo con una valanga di voti, superando di slancio la soglia del cinquanta per cento. Stessa musica nell’enclave settentrionale di Hénin-Beaumont, feudo assoluto di Marine Le Pen, dove il sindaco uscente Steeve Briois è stato plebiscitato con percentuali bulgare, a testimonianza di un radicamento che va ben oltre la semplice protesta. Il vero termometro della crescita, però, si misura altrove: a Tolone, la candidata Laure Lavalette ha nettamente superato la sindaca uscente, piazzandosi in una posizione di forza in vista del secondo turno, mentre a Nizza l’ex repubblicano Éric Ciotti – oggi alleato con il RN – ha inflitto un deciso distacco al sindaco uscente Christian Estrosi, in quella che si preannuncia come una delle sfide più seguite della prossima settimana. Un’avanzata, quella del partito di Bardella, che non si limita ai grandi centri: secondo i dati diffusi dalla stessa dirigenza, sarebbero ventiquattro i comuni conquistati già domenica sera, con il partito in testa in circa altre sessanta località, un’espansione numerica che, pur in un panorama di 35mila municipalità, rappresenta un segnale inequivocabile di penetrazione nel tessuto provinciale.
L’insorgenza urbana della France Insoumise tra periferie e grandi città
Se il Rassemblement National morde sul territorio consolidando il proprio elettorato, è sul versante opposto che si registra forse la sorpresa più rilevante di questa tornata. La France Insoumise, il movimento guidato da Jean-Luc Mélenchon, ha infatti trasformato in consenso amministrativo la propria egemonia politica conquistata nelle ultime legislative, riuscendo a imporre il proprio marchio in numerose realtà urbane e popolari. Il risultato più eclatante porta il nome di Saint-Denis, dove Bally Bagayoko ha strappato la città al socialista Mathieu Hanotin, assicurando a LFI la guida di un comune che supera i centomila abitanti, una vittoria dal sapore altamente simbolico nella cosiddetta “cintura rossa” parigina. A Roubaix, storico simbolo del proletariato industriale del Nord, il deputato David Guiraud ha polverizzato la concorrenza con un risultato che sfiora la maggioranza assoluta, piazzandosi in una posizione talmente comoda da far apparire il secondo turno una pura formalità. Non solo periferie: a Lille, la candidata insoumis è riuscita a impensierire seriamente il successore designato di Martine Aubry, chiudendo il primo turno in un sostanziale testa a testa con il Partito Socialista, mentre a Tolosa la lista di Mélenchon si è qualificata agilmente per il ballottaggio, pronta a giocare un ruolo da ago della bilancia. Una progressione che il coordinatore nazionale Manuel Bompard ha definito “notevole”, rivendicando la capacità del movimento di raddoppiare o triplicare i propri consensi rispetto al 2020 e di presentarsi come unico argine all’avanzata della destra nelle grandi aree metropolitane.
Il centro affoga e la frammentazione diventa sistema
A pagare il prezzo più alto di questa polarizzazione sono stati i partiti del cosiddetto “blocco centrale”, quelli che avevano sostenuto la parabola di Emmanuel Macron e che oggi, con un Presidente formalmente ancora in carica ma ormai con un piede fuori dall’Eliseo, sembrano privi di una bussola e di un progetto collettivo. Nella maggior parte delle grandi città, i candidati riconducibili alla maggioranza presidenziale sono apparsi irrilevanti o relegati a un ruolo di comprimari, sommersi dall’onda montante dei due opposti populismi. A Parigi, il socialista Emmanuel Grégoire ha doppiato la candidata sostenuta dall’ex governo, Rachida Dati, dimostrando come nella capitale il confronto si giochi ormai tra una sinistra radicale e una destra repubblicana in difficoltà. A Lione e a Bordeaux, il duello è tra gli uscenti ecologisti e candidati di centrodestra, con i macronisti costretti ai margini di un dibattito che non li riguarda più. È l’istantanea di una Quinta Repubblica che sembra aver esaurito la spinta innovatrice del macronismo, per ritrovarsi spaccata in quattro blocchi – estrema sinistra, socialisti, repubblicani e lepenisti – incapaci di dialogare e costretti a complesse alchimie post-elettorali. Il tentativo di Emmanuel Macron di superare lo scontro tra destra e sinistra si è risolto, a guardare i risultati di domenica, in una frammentazione che moltiplica i punti di crisi e rende il quadro politico più instabile che mai, con i corpi intermedi svuotati e le urne che restituiscono l’immagine di un Paese che, più che scegliere, sembra volersi punire.




