Pensioni, la Consulta dà il via libera al “sistema a blocchi”: niente rimborsi per il biennio 2023-2024
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Redazione Interno
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È arrivata la doccia fredda per quelle centinaia di migliaia di pensionati che speravano in un recupero, almeno parziale, delle somme “limate” durante il biennio caldo dell’inflazione. La Corte costituzionale, con la sentenza numero 52 depositata lo scorso 16 aprile, ha infatti dichiarato la piena legittimità del meccanismo di perequazione “a blocchi” – quello che molti, forse con un eccesso di ottimismo, avevano definito incostituzionale – per gli anni 2023 e 2024. I giudici di Palazzo della Consulta, respingendo i rilievi sollevati dal Tribunale di Trento, hanno di fatto chiuso la porta a qualsiasi ipotesi di rimborso generalizzato per i trattamenti medio-alti, quelli che in quella fase avevano subito la riduzione più pesante della rivalutazione.
Ma come funzionava, esattamente, questo meccanismo tanto discusso? Per capirlo, bisogna distinguere tra il sistema “a scaglioni” (quello teorizzato come ideale) e quello “a blocchi” (quello applicato). Nel modello a scaglioni, la percentuale di rivalutazione viene applicata per fette di reddito: ad esempio, il 100% dell’inflazione sulla prima quota di pensione, una percentuale minore sulla seconda e così via, un po’ come avviene per le aliquote Irpef. Il sistema “a blocchi”, invece, si è rivelato molto più spigoloso: se la pensione superava anche solo di un euro una determinata soglia (come le quattro, cinque o sei volte il trattamento minimo), l’intero importo veniva rivalutato con l’aliquota ridotta prevista per quella fascia. Ne conseguiva un effetto paradossale, che gli esperti hanno definito di “allineamento” o di “sorpasso”: due pensioni con importi di partenza diversi si ritrovavano, dopo la rivalutazione, quasi appiattite sullo stesso valore, e in alcuni casi limite quella che partiva più in basso superava addirittura l’altra.
La Corte, pur prendendo atto di queste storture matematiche, le ha giudicate irrilevanti sul piano costituzionale. E lo ha fatto per due ragioni principali, entrambe di natura politica prima ancora che tecnica. Da un lato, i giudici hanno ribadito l’ampia discrezionalità del legislatore in materia di bilancio: quando i conti pubblici traballano, lo Stato ha il diritto (se non il dovere) di intervenire per “raffreddare” la spesa, purché lo faccia in modo ragionevole e non arbitrario. Dall’altro lato, hanno sottolineato la temporaneità della misura, presentata dalle leggi di bilancio (la n. 197/2022 e la n. 213/2023) come una deroga eccezionale per fronteggiare l’emergenza inflazionistica, salvaguardando comunque integralmente le pensioni più basse (fino a quattro volte il minimo) che sono anche le più fragili di fronte all’aumento dei prezzi.
L’effetto “limatura” e il muro della Cassazione
Non si trattava, dunque, di un vero e proprio “taglio” lineare – termine che evoca immagini di una decurtazione secca del cedolino – ma di una riduzione della percentuale di recupero dell’inflazione. Per capirci, se l’inflazione correva al 10%, le pensioni più alte non vedevano un meno sul conto, ma un più minore del previsto (una rivalutazione che nel 2024 scese addirittura al 22% per gli assegni oltre dieci volte il minimo). Questa distinzione, per quanto sottile, è stata la chiave di volta della pronuncia della Consulta e, a seguire, dell’orientamento della Cassazione. I giudici di legittimità hanno infatti confermato che la perequazione automatica non è un diritto assoluto e intoccabile; essa deve convivere con il principio di solidarietà intergenerazionale e con la sostenibilità del sistema, specialmente in un contesto economico che – come quello del 2023 – imponeva scelte selettive.
L’effetto pratico di questa architettura giuridica è stato duplice e, per molti versi, definitivo. Da una parte, lo Stato ha potuto incassare un risparmio di spesa stimato in diversi miliardi di euro (circa 37 miliardi secondo alcune ricostruzioni di settore), un tesoretto che ha contribuito a tenere in equilibrio le manovre finanziarie di quei due anni. Dall’altra, i ricorrenti – spesso rappresentati da associazioni di categoria o sindacati che avevano sollevato la questione davanti ai giudici di Trento – hanno dovuto incassare una sconfitta netta. La Consulta ha infatti rigettato le censure relative agli articoli 3 (uguaglianza), 36 (proporzionalità della retribuzione) e 38 (adeguatezza della previdenza sociale) della Costituzione, ritenendo che la compressione del potere d’acquisto subita dai pensionati medio-alti fosse compensata dalla maggiore resistenza di quegli assegni agli shock inflazionistici.
Il ritorno alla normalità (senza recuperi)
Cosa cambia, dunque, per chi ha visto il proprio assegno crescere meno del costo della vita in quelle due annualità? La risposta, purtroppo per loro, è molto semplice: nulla. La pronuncia della Corte non solo ha dichiarato legittime le trattenute del passato, ma ha escluso che vi sia alcun obbligo per il legislatore di restituire quanto non erogato. Anzi, i giudici hanno specificato che eventuali “compensazioni” future – cioè la possibilità di alzare le rivalutazioni degli anni successivi per sanare il torto subito – sono una facoltà del Parlamento, non un diritto azionabile dai cittadini. Dal 2025, è bene ricordarlo, il meccanismo è già tornato al sistema ordinario, quello che prevede il 100% di rivalutazione fino a quattro volte il minimo, il 90% fino a cinque volte e il 75% oltre quella soglia, ma questo ripristino non cancella quanto accaduto nel biennio nero.
In conclusione, la sentenza numero 52 ha messo una pietra sopra una delle questioni previdenziali più spinose degli ultimi anni. Ha chiarito, se ancora ce ne fosse bisogno, che il diritto alla perequazione non è una clausola scritta nel marmo, ma una variabile dipendente dalla salute dei conti statali. Per i pensionati italiani – e in particolare per quella vasta area del ceto medio che non è abbastanza ricca da non accorgersi dell’inflazione, ma nemmeno abbastanza povera da essere tutelata in via prioritaria – resta l’amara consapevolezza che, in tempi di vacche magre, i propri assegni rappresentano la prima riserva a cui attingere per salvare il bilancio pubblico.




