Trump alza il muro: il visto negato a Breton e la guerra all'informazione indipendente

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha formalizzato, negando l’ingresso nel paese, una frattura che era nell’aria da tempo. La decisione di bloccare il visto all’ex commissario europeo Thierry Breton – figura chiave, tra l’altro, nell’ideazione del Digital Services Act, il regolamento concepito per porre un argine allo strapotere delle grandi piattaforme digitali – non è un incidente diplomatico, bensì un atto politico dal significato inequivocabile. Breton, accusato apertamente di far parte di un presunto “complesso globale della censura industriale”, diventa così il simbolo di un contrasto che travalica la persona e investe il cuore stesso della sovranità normativa europea, quella che Trump e i suoi hanno più volte bollato come un intralcio.

L’assedio ai media e il modello che fa scuola

La stessa volontà di ridisegnare i confini dell’agone democratico si manifesta con altrettanta chiarezza nel sistematico assalto ai pilastri dell’informazione indipendente. Le mosse per portare sotto il controllo dell’entourage presidenziale colossi come la CBS, affidata a un influencer MAGA con il preciso compito di epurare i contenuti sgraditi, o il tentativo di accaparrarsi, attraverso alleati fidati come Larry Ellison, Warner Bros e persino la CNN, disegnano un quadro preoccupante. Si tratta di una strategia, ben orchestrata, che mira a plasmare un ecosistema mediatico docile, trasformando megafoni potenti in strumenti di una narrazione univoca, dove il dissenso viene soffocato alla radice. Un modello, questo, che non resta confinato Oltreoceano ma sembra trovare imitatori zelanti, come dimostrano le recenti manovre in Francia, dove l’estrema destra ha annunciato, in caso di vittoria, la privatizzazione – ovvero lo smembramento – del servizio pubblico radiotelevisivo, con l’obiettivo di cederne i pezzi a magnati politicamente affini.

La doppia dimensione dell’offensiva e le reazioni in Italia

L’offensiva trumpiana verso l’Europa, come è stato osservato, si compone di una duplice anima: da un lato un calcolo razionale di potere, dall’altro una spinta ideologica che non ammette mediazioni. È in questo solco che si inserisce la provocatoria nomina di un inviato speciale per la Groenlandia, il cui mandato esplicito è lavorare per l’annessione del vasto territorio autonomo danese agli Stati Uniti, un gesto che suona come un chiaro avvertimento sulle mappe geopolitiche che l’amministrazione intende riscrivere. Di fronte a queste mosse, le reazioni nel Vecchio Continente appaiono frammentate e spesso inconcludenti. In Italia, ad esempio, la questione del visto negato a Breton e ad altri cittadini europei ha generato un’interrogazione parlamentare del Partito Democratico al governo, sollecitando una presa di posizione ufficiale della premier Giorgia Meloni e del ministro degli Esteri Antonio Tajani, in una protesta che al momento sembra restare senza un contraccolpo operativo di peso.

Un punto di non ritorno nelle relazioni transatlantiche

Il diniego del visto, pertanto, non è che il capitolo più recente di una strategia ampia e articolata, che procede su binari paralleli: la delegittimazione delle istituzioni sovranazionali, l’accerchiamento dei media liberi, la sfida alle alleanze tradizionali. Ogni gesto, dal più simbolico al più concreto, concorre a delineare un panorama in cui la diffidenza sostituisce la cooperazione e la forza bruta del fatto compiuto prende il posto del dialogo. Mentre Trump cerca sul globo nuovi scenari dove misurare la sua potenza, l’Europa si trova ad essere non più un partner privilegiato, bensì un bersaglio di comodo per una retorica nazionalista e sovranista. Il risultato è un distacco sempre più marcato, un solco che ogni azione dell’amministrazione americana contribuisce ad approfondire, lasciando intendere che, per le relazioni transatlantiche, un’epoca si è definitivamente chiusa.

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