Trump e l'Europa, l'amore è finito: dai vasi negati alla guerra all'informazione
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Redazione Esteri
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L'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel negare il visto d'ingresso all'ex commissario europeo Thierry Breton, architetto di norme come il Digital Services Act pensate per limitare lo strapotere delle grandi piattaforme digitali, e nel perseguire una strategia volta a piegare i media al proprio volere, ha reso tangibile una frattura destinata a segnare un'epoca. Quella che si sta consumando, del resto, non è una semplice divergenza diplomatica bensì un conflitto asimmetrico che, muovendo da un sostrato ideologico ostile all'Unione Europea, si manifesta attraverso gesti politici plateali e un'offensiva sistematica contro i pilastri dell'informazione indipendente. L'episodio che ha coinvolto Breton, definito dagli ambienti della presidenza statunitense come un elemento di un "complesso globale della censura industriale", rappresenta soltanto la punta più visibile di un iceberg, la cui massa sommersa affonda nelle acque della comunicazione e del controllo dell'arena pubblica.
L'attacco ai media: una strategia articolata
La volontà di "addomesticare" il flusso delle notizie, per usare un'espressione che circola nelle analisi più attente, trova conferma in operazioni dalle tinte grottesche ma dal potenziale dirompente. Si pensi al caso della rete televisiva CBS, affidata a un influencer schierato con il movimento MAGA con l'obiettivo palese di filtrarne i contenuti, o al tentativo – attraverso l'intermediazione di figure vicine all'amministrazione come Larry Ellison, già proprietario di Paramount e prossimo a guidare TikTok – di acquisire colossi come la Warner Bros per sottrarli alla galassia di Netflix e provare persino a impadronirsi di un simbolo come la CNN. Si tratta di mosse che, nel loro insieme, delineano un progetto di egemonia culturale e di ridefinizione dei confini della libertà di stampa, considerata non più un contrappeso al potere ma un suo strumento da conquistare.
L'eco europea e il caso italiano
Non sorprende, d'altronde, che questo atteggiamento faccia scuola anche sull'altra sponda dell'Atlantico, dove forze politiche di estrema destra guardano con interesse a tali metodi. In Francia, ad esempio, è stata istituita una commissione parlamentare d'inchiesta sul servizio pubblico radiotelevisivo, preludio – in caso di vittoria elettorale – a un annunciato smembramento e a una privatizzazione che favorirebbe magnati amici. L'Italia, dal canto suo, sembra per lo più spettatrice di una partita più grande: il Partito Democratico ha presentato un'interrogazione alla premier Giorgia Meloni e al ministro degli Esteri Antonio Tajani, sollecitando una presa di posizione sul diniego del visto ai cittadini europei, in un protestare che molti osservatori giudicano inconcludente di fronte a una sfida di tale portata.
La geopolitica del nuovo corso
La tensione si riverbera anche sul piano strettamente geopolitico, dove le mosse dell'amministrazione Trump tradiscono un approccio assertivo e un disegno espansionistico. La nomina di un inviato speciale per la Groenlandia, incaricato esplicitamente di lavorare per fare dell'isola una parte degli Stati Uniti, è un segnale che va oltre la provocazione e che delinea una strategia di pressione multidirezionale. Mentre si cerca in giro per il globo un conflitto "facile" che possa consolidare il consenso interno, l'aggressività verso i tradizionali alleati europei si trasforma in prodromi di possibili azioni più dure, lasciando gli europei stessi a interrogarsi sulla capacità di dare una risposta all'altezza. La doppia dimensione di questa offensiva, fatta di calcolo razionale e di pura spinta ideologica, rende ogni previsione vana e impone una riflessione sul fatto che, ormai, nulla sarà più come prima.




