Trump e la guerra fredda alla democrazia: porte chiuse a Breton, media in mano agli amici

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il rifiuto di concedere il visto d'ingresso a Thierry Breton, architetto di norme europee che imbrigliano il potere delle grandi piattaforme digitali, non costituisce un episodio isolato ma il primo, eloquente tassello di una strategia più ampia e articolata. L'amministrazione Trump, che ha appena insediato il suo mandato, sembra infatti muoversi su un duplice binario: da un lato punisce, con gesti plateali, i funzionari del Vecchio Continente simbolo di una regolamentazione giudicata ostile; dall'altro avvia una Corposa opera di acquisizione e controllo nel settore dell'informazione. Lo dimostrano, in maniera lampante, la cessione della Cbs a un influencer fedele alla causa "Maga", mossa finalizzata a plasmare i contenuti editoriali, e il tentativo di assorbire Warner Bros – e con essa la Cnn – attraverso l'intermediazione di un magnate vicinissimo alla Casa Bianca. Alcuni osservatori, del resto, colgono in queste mosse il tentativo di "addomesticare" il flusso delle notizie, creando un ecosistema mediatico più docile e allineato.

L'ideologia dell'odio e il boomerang normativo Ue

A fare da sfondo a tali azioni, che non risparmiano neppure gli alleati storici, vi è una costruzione ideologica precisa, imperniata su un sentimento di disprezzo verso un'Europa dipinta come debole e superata. Quell'appello ai nazionalismi sovranisti, che il presidente americano rivolge ormai da tempo, si traduce in un atteggiamento volatile, capace di oscillare tra un isolazionismo difensivo e un globalismo tecnocratico che disconosce confini e regole. Proprio questa offensiva, però, rischia di sortire un effetto contrario a quello sperato. La mossa punitiva contro Breton, anziché indebolire Bruxelles, sta infatti accelerando l'avvio di due importanti cantieri normativi europei destinati a incidere profondamente, nel corso del 2026, sugli affari e sulla libertà d'azione delle Big Tech a stelle e strisce. Una risposta che potrebbe rivelarsi un autentico boomerang per gli interessi economici statunitensi.

Dalla Groenlandia alla Francia: l'onda d'urto oltreoceano

L'irradiazione di questo modello non si limita ai confini nazionali, ma trova imitatori e complici anche al di là dell'Atlantico, in una sorta di effetto emulazione che altera gli equilibri interni degli stati. In Francia, ad esempio, partiti di estrema destra hanno recentemente istituito una commissione parlamentare – definita da molti una farsa – con l'obiettivo dichiarato di smantellare il servizio pubblico radiotelevisivo. Il piano, in caso di vittoria elettorale, prevede una sua privatizzazione e la conseguente cessione a conglomerati mediatici amici. Una strategia che, nel mirino del servizio pubblico, vede un bersaglio simbolo di quel pluralismo e di quella indipendenza dell'informazione che appaiono sempre più sotto attacco.

La provocazione sulla Groenlandia e lo spettro di nuove aggressioni

Mentre l'attenzione del mondo è catalizzata da possibili nuovi teatri di crisi internazionali, dove l'amministrazione americana potrebbe cercare un conflitto rapido e di facile consenso, la pressione sull'Europa assume forme sempre più concrete e inquietanti. L'ultima, in ordine di tempo, è la nomina di un inviato speciale per la Groenlandia, il cui mandato è stato esplicitato senza mezzi termini: lavorare per l'annessione dell'isola agli Stati Uniti. Un atto che, al di là della sua fattibilità immediata, assume il valore di una provocazione calcolata e di un test di resistenza. Questi prodromi di aggressione, che passano attraverso la delegittimazione istituzionale, la guerra regolatoria e le pressioni geopolitiche, delimitano i contorni di una nuova era delle relazioni transatlantiche, dove gli attriti si fanno sistemici e le vecchie certezze vengono meno.

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