Negato il visto all’ex commissario Breton, la sfida di Trump all’Europa digitale
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Redazione Esteri
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Oltre la provocazione, che il segretario di Stato Marco Rubio ha motivato accusando i sanzionati di promuovere la censura online di “posizioni americane a loro sgradite”, l’esecutivo europeo sta ora studiando una risposta formale. Si discute, in seno alla Commissione, della possibilità di inasprire ulteriormente il quadro normativo per gli operatori digitali statunitensi, rendendo ancor più stringenti quelle regole del Dsa tanto invise a Silicon Valley. Mentre a Bruxelles si valutano le contromosse, in Italia la notizia ha scoperchiato dissidi nel governo, producendo imbarazzo per la premier Giorgia Meloni. Nelle chat ministeriali, come emerso, il tono restava disteso e vacanziero, ma pubblicamente gli alleati di maggioranza hanno iniziato a scontrarsi proprio sulla legittimità e sull’interpretazione da dare alle sanzioni americane, rivelando una frattura non banale sulla linea diplomatica da tenere con Washington.
Accanto al caso di spessore politico-istituzionale rappresentato da Breton, le sanzioni hanno investito anche figure meno note al grande pubblico, ma non per questo meno esposte alle conseguenze. Tra di esse vi è Imran Ahmed, un cittadino britannico in possesso di permesso di soggiorno permanente negli Stati Uniti, il quale, al pari degli altri, è stato accusato dalle autorità americane di attività censorie. Per lui, tuttavia, un giudice federale è intervenuto temporaneamente, bloccandone la possibile detenzione o espulsione e aprendo così un contenzioso che si sposterà sulle aule dei tribunali, dove si deciderà della legittimità giuridica di provvedimenti amministrativi fondati su accuse di natura politica.




