Libano-Israele, la tregua si estende di tre settimane ma il sangue continua a scorrere

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il tavolo della Casa Bianca, dove il presidente Donald Trump ha voluto personalmente spostare i colloqui inizialmente previsti al Dipartimento di Stato, ha prodotto un risultato diplomatico che sa più di rinvio che di soluzione: il cessate il fuoco tra Israele e Libano, in scadenza nella giornata di domenica, è stato prorogato per altre tre settimane. L’annuncio, arrivato al termine del secondo round di discussioni tra gli ambasciatori dei due Paesi (un confronto a cui il tycoon ha preso parte attivamente), allunga i tempi di una tregua che sul campo, a guardare i fatti di cronaca e le dichiarie ufficiali, appare come un fragile specchio destinato a rompersi da un momento all’altro. Se da un lato la diplomazia americana tenta di incassare il risultato come un passo avanti verso una “pace duratura”, dall’altro la realtà delle operazioni militari e dei comunicati stampa racconta una storia fatta di raid notturni, razzi e corpi senza vita.

L’ombra dei droni e l’accusa di Beirut: il caso della giornalista Amal Khalil

Mentre a Washington si discuteva di geopolitica e strategie di contenimento di Hezbollah, nel Sud del Libano si consumava una tragedia che ha riacceso la miccia della tensione politica. L’uccisione della giornalista Amal Khalil, avvenuta nella città di Tiri durante un raid che avrebbe preso di mira il suo veicolo e successivamente il rifugio dove si era nascosta, ha scatenato una durissima reazione da parte delle istituzioni libanesi. Il capo di Stato Joseph Aoun, insieme al premier Nawaf Salam, non ha usato mezzi termini, lanciando un'accusa pesante: Israele sta deliberatamente prendendo di mira i cronisti per impedire che il mondo veda le conseguenze delle sue operazioni. Durante i funerali della reporter, tenutisi ieri in un clima di dolore e rabbia, questa narrativa si è consolidata, con il governo libanese che ha parlato apertamente di “crimini di guerra” e di un “pattern sistematico” di violenze contro chi cerca di documentare la verità; un episodio, questo, che ha gettato un’ombra lunga sui colloqui in corso e che dimostra quanto l’accordo di vertice sia disconnesso dalla violenza che continua a dilaniare le regioni di confine.

Strategie militari e minacce orizzontali: il nodo dello Stretto di Hormuz

A complicare ulteriormente lo scenario mediorientale, allargandone il pericolo ben oltre i confini libanesi, ci pensano le manovre militari statunitensi. Fonti vicine ai media rivelano che le forze armate a stelle e strisce stanno affinando piani di emergenza per un eventuale scontro diretto con le forze iraniane, concentrandosi in particolare sull’area strategica dello Stretto di Hormuz. L’amministrazione Trump, infatti, non sta solo mediando tra Beirut e Tel Aviv, ma tiene il dito sul grilletto in funzione anti-Teheran: secondo indiscrezioni, sarebbero già in fase di elaborazione ipotesi di attacchi mirati contro le capacità belliche iraniane in quella che è una delle rotte marittime più cruciali per l'economia globale. Questa minaccia concreta (perché corredata da dettagli operativi su imbarcazioni veloci e navi posamine) fa da contrappunto alla strategia diplomatica. Trump, che ha ereditato un anno fa la guida degli Stati Uniti, sembra giocare quindi su due tavoli: quello politico, per guadagnare tempo e legittimazione, e quello militare, per mantenere alta la pressione sull’asse sciita.

Violazioni sul campo e il rebus di Hezbollah

Nonostante l’annuncio della proroga, la tregua non ha fermato gli spari. L’esercito israeliano (Idf) continua a effettuare incursioni nel Libano meridionale, giustificandole come necessarie per colpire miliziani di Hezbollah, mentre da parte sciita arrivano razzi di “rappresaglia” contro le postazioni israeliane. In sostanza, l’accordo firmato a Washington fatica a tradursi in un reale abbassamento della tensione: Hezbollah, che non siede al tavolo dei negoziati, rimane un attore chiave la cui reazione alla tregua estesa è tutt’altro che scontata. Il governo libanese, da parte sua, si trova stretto tra la necessità di controllare una forza armata interna che sfugge alla sua egemonia e le richieste di Israele, che punta a creare una “zona cuscinetto” oltre il Litani. La Casa Bianca, attraverso i suoi rappresentanti, ha ribadito che il disarmo del gruppo militare è un prerequisito per qualsiasi intesa stabile, ma al momento la situazione è ferma a un equilibrio instabile dove ogni singolo raid rischia di far naufragare definitivamente i sogni di pace di Trump, creando l’ennesimo capitolo di sangue in una regione che da decenni non conosce requie.

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