Il rebus di Trump tra le schermaglie dei Pasdaran e il vicolo cieco di Teheran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’estenuante telenovela che vede contrapposti Stati Uniti e Iran sembra essere entrata nella sua fase più convulsa, caratterizzata – com’era prevedibile, del resto – da un susseguirsi frenetico di dichiarazioni pubbliche e di mosse sottotraccia che raccontano di una Casa Bianca intenzionata a chiudere la partita, ma forse impreparata a gestire le micidiali ripartenze degli avversari. Se da un lato Donald Trump, ormai stabilmente insediato alla Casa Bianca da oltre un anno, ha provato a ridimensionare le sue ambizioni pur di strappare un'intesa che ponga fine alle ostilità (quelle condotte congiuntamente con Israele), dall'altro lato l’establishment della Repubblica Islamica – e in particolare il dei Guardiani della Rivoluzione – sembra giocare esclusivamente al rialzo, trasformando ogni minima concessione in un boomerang per il tycoon. La proroga unilaterale del cessate il fuoco, annunciata da Trump, non ha infatti sortito l’effetto desiderato: anziché essere letta come un gesto di apertura, Teheran l'ha bollata come uno "stratagemma" per guadagnare tempo in vista di un attacco a sorpresa, secondo le parole del consigliere iraniano Ghalibaf.

L’incapacità di decifrare le dinamiche interne iraniane

Ciò che trapela dalle cronache diplomatiche, alimentate da indiscrezioni pubblicate da testate come "Ma'ariv" e dalle agenzie stampa vicine ai Pasdaran, è la fotografia di un presidente americano che fatica a decifrare il polveroso e complesso scacchiere politico di Teheran. Non si tratta di un avversario monolitico, anzi: l’abile tattica iraniana sembra proprio quella di mostrare più facce contemporaneamente, così da rendere vano qualsiasi tentativo di negoziazione lineare. Mentre i diplomatici di professione – come il ministro degli Esteri – rilasciano dichiarazioni possibiliste, i Pasdaran e le fazioni ultra-conservatori stringono la morsa sul campo, come dimostrano gli ultimi episodi di cronaca riguardanti lo Stretto di Hormuz, dove i "barchini" delle guardie rivoluzionarie hanno ripetutamente sfidato la marina americana per dimostrare che, di fatto, sono loro a detenere il controllo della situazione. Per i Guardiani della Rivoluzione, ogni distensione è una minaccia alla loro ragion d'essere; ecco perché essi lavorano costantemente per far saltare il banco, nella convinzione che solo lo stato di guerra perpetua possa garantire loro la permanenza al vertice del potere economico e politico del Paese.

Gaza, la tregua inesistente e la questione pakistana

Sullo sfondo di questo braccio di ferro che tiene in scacco l'amministrazione Trump, la regione continua a bruciare. Nonostante il cessate il fuoco teorico in vigore dal 10 ottobre, la Striscia di Gaza rimane purtroppo teatro di violenze quotidiane: l'agenzia di protezione civile di Gaza ha denunciato l'ennesimo attacco israeliano che avrebbe causato vittime durante la notte, mentre aerei da guerra hanno sorvolato il territorio in spregio agli accordi. Una spirale di accuse reciproche che rende ancora più difficile l'opera di mediazione, se è vero che l'Iran ha ufficialmente fatto sapere di non voler partecipare ai colloqui di pace previsti a Islamabad, gettando così nello sconforto i mediatori pakistani. Lo stesso premier Shehbaz Sharif e il capo di Stato maggiore dell'esercito Asim Munir avevano chiesto espressamente a Trump di estendere la tregua, proprio per provare a ricucire uno strappo che appare ormai insanabile. Il vicepresidente Vance, inizialmente atteso in Pakistan per guidare la delegazione, ha dovuto annullare il viaggio, un segnale inequivocabile della piega peggiorativa presa dagli eventi.

L’ora più buia e lo spettro del fallimento

Se la linea imposta dall’Iran è quella del “no ai negoziati sotto minaccia” – come ribadito dai media statali – la risposta di Trump è affidata a un post su Islamabad: “Accordo subito o cadranno molte bombe”. Una minaccia che però rischia di rivelarsi un boomerang, perché tradisce una certa ansia da parte dell’inquilino della Casa Bianca. Così, mentre Teheran gioca a rimandare e a negare l’evidenza (l’agenzia Tasnim precisa che l’Iran non ha avanzato alcuna richiesta per estendere il cessate il fuoco, anzi), l’America si trova a dover gestire il blocco navale dei porti iraniani senza che dall’altra parte arrivi alcuna “proposta unitaria”. L’analista Avi Ashkenazi, sul quotidiano israeliano Ma'ariv, ha parlato apertamente di un Trump trasformato in un "presidente zoppo" dai Pasdaran, i quali avrebbero abilmente ribaltato le carte in tavola imponendo la loro agenda. Senza un’intesa che sembra sempre più lontana, il rischio concreto – e che aleggia nei salotti della diplomazia occidentale – è che questa crisi segni per l’America una débâcle storica, paragonabile forse solo all’umiliazione subita all’epoca della crisi degli ostaggi, uno spettro che nessuno alla Casa Bianca vuole evocare.

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