L’ombra degli angeli della morte: Spada si proclama innocente, ma spuntano le intercettazioni choc
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Redazione Interno
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L’ombra degli angeli della morte: Spada si proclama innocente, ma spuntano le intercettazioni choc
«Sono innocente, solo 5 casi su 200 persone trasportate». La voce, ascoltata ieri durante l’intervista televisiva a “Ore 14” su Rai due, è quella ferma e misurata di Luca Spada, il 27enne operatore di Forlì finito al centro di un’inchiesta che, a dirla tutta, sembra uscita dalla penna di un romanziere del brivido. Indagato per omicidio plurimo volontario – la Procura di Forlì ha messo sotto la lente d’ingrandimento otto decessi sospetti avvenuti in ambulanza tra il 2025 e il 2026 – Spada ha scelto la via televisiva per ribadire la sua estraneità ai fatti, in attesa che le indagini chiariscano una vicenda destinata a lasciare un segno profondo nella cronaca giudiziaria romagnola.
L’arresto, eseguito ieri dai carabinieri su disposizione del gip, ha fatto scattare l’allarme sociale in un territorio, quello forlivese, che già fatica a metabolizzare l’idea che la morte potesse viaggiare a sirene spiegate a bordo di un’ambulanza della Croce Rossa. Il provvedimento, per ora, si basa sull’omicidio di una donna di 85 anni – Deanna Mambelli – deceduta lo scorso 25 novembre durante un trasporto, ma il lavoro degli inquirenti, coordinati dal procuratore Enrico Cieri, non si ferma a un singolo episodio. Gli inquirenti ipotizzano l’uso di sostanze letali, forse un’embolia gassosa provocata da un’iniezione d’aria, anche se al momento il quadro indiziario poggia su elementi che definire inquietanti è un eufemismo.
Le parole che gelano il sangue: «Mi è piaciuto, lo rifarò»
A scavare un fossato profondo tra la professione di innocenza di Spada e la realtà processuale ci hanno pensato le intercettazioni. Secondo quanto riportato da “il Resto del Carlino” e poi ripreso dalle agenzie, il 27enne – già sospeso dalla Croce Rossa prima della manette – avrebbe confidato a voce alta pensieri agghiaccianti. «Questi poveri vecchietti soffrono troppo… è giusto che vadano davanti al Buon Dio…», avrebbe detto in una conversazione captata dagli inquirenti, salvo poi aggiungere un dettaglio che trasforma il sospetto in una sorta di raccapricciante confessione: «E poi m’è piaciuto molto farlo… Anzi lo devo rifare al più presto…».
Parole che, se confermate nel contesto del dibattimento, dipingono il profilo di un individuo che non si limitava ad agire, ma traeva piacere dall’atto stesso, quasi fosse spinto da una compulsione inarrestabile. La difesa, naturalmente, punterà a svuotare di significato questi frammenti audio, magari attribuendoli a vanterie o a un linguaggio goliardico fra colleghi, ma per la magistratura il rischio di reiterazione del reato è talmente alto da giustificare la custodia cautelare in carcere. Il gip, insomma, non ha avuto dubbi: lasciare quell’uomo in libertà avrebbe significato esporre altri anziani a un pericolo concreto e immediato.
Il precedente inquietante di Angelo Stazzi, l’infermiere seppellitore
E proprio mentre si discuteva dell’arresto di Spada, è riaffiorata prepotentemente la memoria di un altro camice bianco macchiato di sangue: quello di Angelo Stazzi. Ex infermiere romano, Stazzi rappresenta l’archetipo italiano del cosiddetto “angelo della morte”. La sua storia, per certi versi, fa da macabra scenografia a quella che si sta consumando a Forlì. Stazzi, oggi detenuto all’ergastolo nel carcere di Rebibbia, fu condannato non solo per l’omicidio della sua amante, Maria Teresa Dell’Unto – il cui venne dissepolto nel giardino di casa dopo otto anni di attesa – ma anche per la morte di cinque pazienti ricoverati in una casa di cura di Tivoli.
Tra il 2008 e il 2009, Stazzi agiva indisturbato somministrando dosi letali di insulina a anziani indifesi, un modus operandi che gli permetteva di confondersi tra le mura della struttura fino a quando un’autopsia non rivelò la verità. La sovrapposizione con il caso Spada – sebbene i mezzi e i contesti siano diversi – è inquietante: entrambi erano addetti alla cura dei più fragili, entrambi avevano a che fare con la morte su base quotidiana. La differenza, semmai, sta nella teatralità delle intercettazioni di Spada, che sembra quasi vantarsi del proprio operato, laddove Stazzi agiva nell’ombra, più cinico e metodico.
La strage silenziosa dei «poveri vecchietti»
Il filo rosso che lega queste storie è l’assoluta vulnerabilità delle vittime: anziani, spesso soli, che affidavano la loro vita a mani che invece avrebbero dovuto proteggerli. «Questi poveri vecchietti soffrono troppo»: è questa la frase-chiave che secondo la Procura di Forlì avrebbe mosso la mano dell’autista. Una giustificazione che, nella sua perversa logica, trasforma l’omicidio in un atto di misericordia distorta, in una sorta di eutanasia selvaggia decisa senza alcun mandato né controllo. Il dato, però, è che nessuno di quei pazienti aveva richiesto di morire, e nessuna diagnosi – per quanto grave – autorizzava Spada a trasformare l’ambulanza in una camera della morte.
Gli investigatori, con pazienza certosina, stanno ora vagliando le cartelle cliniche di oltre duecento trasporti effettuati dal 27enne, cercando eventuali anomalie nei parametri vitali o nei referti tossicologici. La sfida, in sede giudiziaria, sarà dimostrare il nesso causale tra la presenza di Spada a bordo e il decesso dei pazienti, un compito reso più arduo dal fatto che molti degli ottantenni coinvolti soffrivano già di patologie multiple. Eppure, le parole intercettate – «mi è piaciuto molto farlo» – rappresentano già di per sé una prova schiacciante della personalità dell’indagato, che la difesa difficilmente potrà scalfire limitandosi a parlare di fraintendimenti.
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