Il figlio della vittima: «Papà ha fatto 500 metri su quell’ambulanza, è tornato indietro morto»
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Redazione Interno
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Luca Scavone, ventotto anni, racconta quel che resta di un padre ridotto a un numero, a un tragitto, a una distanza misurabile in metri: cinquecento. «Mio papà – dice – ha fatto cinquecento metri su quell’ambulanza, ed è tornato indietro morto». Francesco Mario, sessantotto anni, era ricoverato in pneumologia quando qualcuno, secondo quanto ricostruito dalla Procura di Forlì, decise che quel viaggio non sarebbe stato un trasferimento, bensì una condanna eseguita sul posto. La barella, il mezzo, il percorso breve: un arco di strada sufficiente a trasformare un uomo in una delle sei presunte vittime di Luca Spada, il soccorritore ventisettenne noto come “Spadino”, arrestato sabato per omicidio volontario aggravato. Il dolore di Scavone, figlio di una delle persone che Spada è accusato di aver ucciso tramite iniezioni di aria, si scontra con la freddezza di un meccanismo giudiziario ancora in fase di definizione.
Il trasporto letale e la paura della collega
A bordo dell’ambulanza, con il padre di Luca Scavone, viaggiava anche un’altra persona destinata a morire, Luca Spada. Il soccorritore, che da mesi rilasciava interviste televisive proclamandosi innocente, si trova ora in carcere a Forlì in attesa dell’interrogatorio davanti al giudice per le indagini preliminari, previsto per domani pomeriggio. Emergono nel frattempo nuovi particolari dalle intercettazioni: una collega, Ester – che il 25 novembre 2025 era alla guida dell’ambulanza mentre Spada si trovava dietro con una paziente ottantacinquenne, Deanna Mambelli – aveva paura di lui. «La prossima settimana mi prendo le ferie – dice Ester in una conversazione captata dagli inquirenti – non voglio guai». La donna, traumatizzata da quanto accaduto, aggiunge: «Non so cos’abbia combinato Spadino. Io mi metto in ferie». La frase, asciutta e carica di una preoccupazione che non lascia spazio a fraintendimenti, descrive un clima di tensione che doveva aleggiare all’interno della centrale operativa ben prima dell’arresto.
Sei anziani, un’accusa, una compagna che non usa mezzi termini
L’ipotesi investigativa, sostenuta dalla Procura di Forlì, parla di sei persone anziane uccise con iniezioni di aria durante trasporti in ambulanza. La morte di Deanna Mambelli, l’ottantacinquenne per cui Spada è finito in carcere con ordinanza di custodia cautelare, rappresenta solo l’ultimo tassello di una sequenza che ha dell’incredibile. La compagna di Spada, stando a quanto trapela dagli atti, avrebbe avuto parole durissime nei confronti del compagno: «Oggi fai secchi altri vecchi?». Una domanda che, nella sua crudezza, fotografa la consapevolezza domestica di un comportamento apparentemente deviante, mentre gli inquirenti continuano a setacciare i turni di lavoro, i pazienti trasportati e le dinamiche a bordo dei mezzi di soccorso.
Il gip, il carcere e il silenzio che può essere rotto
Da sabato Luca Spada è rinchiuso in cella; il gip lo interrogherà nel pomeriggio di domani, e l’ex autista soccorritore della Croce Rossa potrà decidere se avvalersi della facoltà di non rispondere o se fornire la propria versione dei fatti. Nei mesi scorsi, in diverse trasmissioni televisive, aveva sempre respinto ogni accusa. «Sono innocente», ripeteva guardando in camera. Ora, di fronte al giudice, quelle dichiarazioni pubbliche assumeranno un peso diverso: saranno messe a confronto con le intercettazioni, con la testimonianza del figlio Francesco Mario Scavone – quel “papà morto dopo cinquecento metri” – e con il fascicolo che ipotizza un disegno omicidiario ripetuto e sistematico. La procura di Forlì, dal canto suo, non ha ancora chiuso il cerchio: resta da verificare se le sei morti attribuite a Spada rappresentino l’intero conteggio o se emergano altri casi analoghi. La cronaca giudiziaria, in attesa dell’interrogatorio, trattiene il fiato.




