Leone XIV: «Siamo circondati da parole vuote e assetati di verità». All’udienza generale la catechesi sulla Dei Verbum tra la terra di missione e le inondazioni in Colombia
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Redazione Esteri
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La folla di oltre ottomila fedeli, raccolta nell’aula Paolo VI mercoledì 11 febbraio, ha ascoltato un pontefice che incalza senza mediazioni: «Viviamo circondati da tante parole, ma quante di queste sono vuote». Il ciclo di catechesi dedicato ai documenti del Concilio Vaticano II, e in particolare alla Costituzione dogmatica Dei Verbum, ha offerto a Leone XIV il pretesto per una riflessione che dalla teologia scivola – senza soluzione di continuità – nella cronaca e nella geografia della sua stessa biografia. Perché se è vero, come ha spiegato il Papa, che la Parola di Dio è l’unica capace di «venire incontro alla nostra sete di significato», è altrettanto vero che quell’incontro avviene sempre in un luogo preciso, quasi mai astratto. E i luoghi, per questo successore di Pietro cresciuto tra Chicago e le Ande, hanno il peso specifico della carne.
Nell’economia del discorso papale, la denuncia del frastuono contemporaneo – quel «essere circondati» da fonemi privi di sostanza – non è stata una generica lamentazione sul declino della comunicazione. Leone XIV ha ancorato la critica a un impianto dogmatico preciso, quello della Dei Verbum, restituendo alla Scrittura il rango di «risollevante medicina» per un’umanità che lui stesso ha definito «assetata di verità». La Parola, ha insistito, non è un reperto archeologico né un esercizio retorico; essa «non cessa mai di offrire le sue ricchezze» proprio perché, nella lettura che ne fa la Chiesa – e che il magistero è chiamato a custodire –, mantiene intatta la sua capacità performativa. Non descrive il mondo, lo ri-fonda. Ed è in questa prospettiva che il richiamo alla «Tradizione viva», tema a lui caro e già affrontato nelle precedenti udienze, assume qui una curvatura quasi esistenziale: non si tratta di conservare, ma di lasciarsi interrogare -5-9.
Il santuario di Chiclayo e le lacrime della Colombia: la geografia della misericordia
Poi, quasi senza soluzione di continuità, il tono si è fatto nominale, concreto. Leone XIV ha voluto «unirsi spiritualmente» ai fedeli riuniti nel santuario di Nuestra Señora de la Paz, a Chiclayo, per la Giornata mondiale del malato. Quella diocesi peruviana, che lo ha visto vescovo per anni prima della chiamata a Roma e della porpora cardinalizia, è la sua ferita dolce, il luogo dove la «Parola» aveva già preso i tratti del dialetto locale e del fango delle alluvioni -2-6-10. Il Pontefice ha affidato i malati e i pellegrini «alla materna protezione della Beata Vergine Maria», certo; ma ha subito aggiunto un passaggio che trasforma la devozione in impegno. «Esorto tutta la comunità a sostenere con la carità e la preghiera le famiglie colpite», ha detto, e quel tutta non era un avverbio casuale. Esso allargava il perimetro dell’ascolto: non solo i battezzati, non solo i peruviani, ma chiunque – dentro e fuori i recinti ecclesiali – fosse disposto a trasformare la compassione in soccorso.
Parallelamente, l’affondo sulle «gravi inondazioni in Colombia» ha evitato ogni retorica. Il Papa ha menzionato «le vittime e quanti sono stati colpiti», ha taciuto i numeri – che pure la cronaca fornisce – per privilegiare un registro che è insieme liturgico e politico, nel senso più alto del termine. Ha ricordato che la carità non è un generico sentire, ma un «sostenere» che si fa strutturale, e ha chiesto preghiere come si chiede l’ossigeno. Nessuna commiserazione, piuttosto la percezione netta che il dolore dei colombiani e dei peruviani fosse, in quell’aula romana, un’interruzione dello sguardo, una feritoia attraverso cui la Parola di Dio – quella «sola Parola sempre nuova» – tornava a incarnarsi.
La Chiesa come spazio ermeneutico e la forza centrifuga della Scrittura
Ma è nella ripresa del filo conciliare che l’udienza ha mostrato il suo spessore teologico. Leone XIV ha ribadito, citando la Dei Verbum, che la Chiesa non è semplicemente il destinatario passivo della Rivelazione, né il suo mero catalogatore. Essa ne è piuttosto il «luogo proprio», l’ambiente vitale in cui «la Scrittura, letta nella Tradizione viva della Chiesa», fiorisce e «apre al dialogo con Dio» -5. Non si tratta, ha suggerito, di un automatismo sacramentale, ma di una sinergia: la Parola spinge la Chiesa «anche al di là di se stessa», la costringe a uscire dalle proprie certezze formulari per farsi essa stessa annuncio. È una forza centrifuga, quella della Dei Verbum, che impedisce l’autoreferenzialità e richiede ai credenti – a tutti, non solo ai presbiteri – una postura di ascolto attivo.
Se ne è colta la radicalità proprio nella contrapposizione, mai esplicitata in termini polemici ma netta, tra il «deposito» della fede e il chiacchiericcio globale. Il Papa, in questo senso, non ha fornito una semplice esortazione alla lettura della Bibbia. Ha invece denunciato il paradosso di un’epoca iperconnessa che produce una quantità sterminata di enunciati ma resta digiuna di verità. E l’unica risposta a questo deficit, per lui, non è un programma culturale né una riforma comunicativa, ma l’immersione in quella Parola che, sola, «dà verità alla vita». Una vita, ha aggiunto, che altrimenti «resta immersa nel frastuono diffuso».
Oltre ottomila fedeli e il filo rosso dell’agostinismo
A suggellare l’incontro, la folla. Più di ottomila persone, provenienti da ogni continente, hanno occupato i posti dell’aula Paolo VI. Molti, nei saluti finali, hanno cercato il contatto diretto, la benedizione individuale. Altri hanno ascoltato in silenzio, come chi sa di aver ricevuto non un’allocuzione accademica ma una chiamata in causa. Del resto, l’intera catechesi di Leone XIV – e l’intero ciclo sulla Dei Verbum – è attraversata da un’eco agostiniana che è molto più di un vezzo intellettuale -2-3. Agostino, per questo Papa formatosi nella regola dell’Ordine, è il pensatore del cor inquietum, il cuore che non trova pace finché non riposa in Dio. E in questo mercoledì di febbraio, guardando i volti dei malati affidati a Maria e quelli degli sfollati colombiani, il Pontefice ha semplicemente tradotto quella dottrina in gesto pastorale: ha mostrato dove, oggi, il cuore del mondo è più inquieto e, forse, più prossimo a quella verità che cerca senza posa.




