«Viviamo circondati da tante parole vuote»: la riflessione di Leone XIV sulla Dei Verbum tra Scrittura e missione
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Redazione Esteri
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Nell’Aula Paolo VI gremita di settemila fedeli, la catechesi di Papa Leone XIV ha ripreso il filo del Concilio Vaticano II, e lo ha fatto tornando a scavare nella Costituzione dogmatica Dei Verbum, un documento che il Pontefice — lui stesso pastore cresciuto nella tradizione dell’evangelizzazione peruviana — sembra voler quasi maneggiare come una mappa per orientare la Chiesa contemporanea. La riflessione, incentrata sul capitolo sesto, ha posto una questione nodale: quale rapporto intercorre tra la Parola rivelata e la comunità ecclesiale che quella Parola custodisce? La risposta, per il Santo Padre, non è di mera appartenenza statica, bensì di mutua inabitanza; la Scrittura, ha spiegato, nasce nel popolo di Dio e per il popolo di Dio, trovando nella vita della fede non tanto un archivio quanto un vero e proprio habitat — il luogo cioè dove il significato si svela e la forza rigenerante si manifesta. E poiché, come ricordava san Girolamo, l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo, la lettura orante del testo sacro diviene allora la soglia attraverso la quale varcare il limite della mera informazione per approdare all’incontro personale.
La Scrittura come dinamismo missionario
È forse questo il passaggio più denso della catechesi dell’11 febbraio, e non soltanto per la citazione — ormai ricorrente nel magistero attuale — dell’Esortazione *Verbum Domini* di Benedetto XVI. Leone XIV ha insistito su una dimensione spesso trascurata: la Parola non si esaurisce nella custodia. Essa, al contrario, «spinge la Chiesa al di là di sé stessa», la decentra, la proietta verso una missione che non ammette recinti. Il testo sacro, affidato alla comunità e da essa interpretato nell’alveo della Tradizione, svolge un ruolo attivo: è esso stesso soggetto, non oggetto passivo di venerazione. Con la sua efficacia, sostiene il cammino dei fedeli, e lo fa anzitutto nell’Eucaristia — luogo sommo dove il pane della Parola e il pane del si offrono sulla medesima mensa. Ma il movimento centripeto della liturgia si rovescia immediatamente in centrifugo: chi si è abbeverato alla fonte è costituito, egli stesso, sorgente per altri. I vescovi, i presbiteri, i diaconi, i catechisti, ha ricordato il Pontefice con un’elencazione che non è casuale, trovano nella familiarità con le Scritture il fondamento del loro ministero; gli esegeti e i teologi, dal canto loro, esercitano un lavoro prezioso proprio perché non riducono la Parola a reperto archeologico, ma ne colgono l’anima sempre viva.
Il silenzio delle parole che curano
«Viviamo circondati da tante parole, ma quante di queste sono vuote!». Il grido di Leone XIV, pronunciato in un italiano pacato ma fermo, è parso quasi un’ekplêxis retorica, una rottura del normale fluire catechetico. L’assemblea — lo riferiscono i cronisti presenti — ha ascoltato in un silenzio denso quell’invettiva contro la verbosità contemporanea, contro il chiacchiericcio che riempie l’etere e le piazze ma non tocca «il nostro destino ultimo». La Parola di Dio, al contrario, viene incontro alla sete: ed è immagine potente, quella dell’acqua che disseta, che il Papa ha voluto esplicitamente legare alla Giornata mondiale del malato. Nell’accendere un cero dinanzi alla statua della Vergine di Lourdes — mentre l’Aula intonava l’Ave Maria di Lourdes — il Pontefice ha compiuto un gesto che è sintesi di tutto il suo magistero: la preghiera non è evasione, è medicina. Ha definito la Scrittura una «risollevante medicina», e ha voluto che questo farmaco dell’anima fosse ricordato proprio nel giorno in cui la Chiesa guarda a quanti soffrono nel. Più tardi, nei Giardini Vaticani, dinanzi alla Grotta, un altro cero è stato acceso: segno, ha spiegato, della preghiera per tutti gli ammalati, nessuno escluso.
L’abbraccio alle periferie e il ricordo dell’America Latina
Nei saluti in lingua spagnola, la figura del Papa ha assunto i contorni del pastore che non dimentica le proprie radici. Il Santuario di Nuestra Señora de la Paz, a Chiclayo, è stato il fulcro spirituale della celebrazione peruviana della Giornata del malato, e Leone XIV vi si è unito spiritualmente con una familiarità che solo chi ha calcato quelle terre può possedere. Ha affidato i malati e le loro famiglie alla Vergine, certo; ma ha subito allargato lo sguardo alla Colombia, flagellata in quelle stesse ore da inondazioni devastanti. «Esorto tutta la comunità a sostenere con la carità e la preghiera le famiglie colpite»: l’appello, asciutto, privo di retorica, ha richiamato alla responsabilità corale. E in questo intreccio tra il ricordo personale di Chiclayo — la sua terra di missione — e il dramma immediato di Cartagena e dintorni, si è colto come la memoria non sia per Leone XIV nostalgia, ma piuttosto criterio ermeneutico dell’azione presente. Chi ha incontrato Cristo nelle periferie del mondo, ha lasciato intendere, sa che la Parola non si può sigillare in sagrestia.
Il tempo che viene: la Quaresima alle porte
Mercoledì 18 febbraio, tra soli sette giorni, il mercoledì delle Ceneri aprirà il tempo quaresimale. Il Pontefice, nei saluti in inglese, ha voluto preparare i fedeli a questo passaggio liturgico definendolo «tempo per approfondire la conoscenza e l’amore del Signore». Ha parlato di esame del cuore, di sguardo da rifocalizzare su Gesù, di preghiera, digiuno ed elemosina come fonti di forza. Non un semplice annuncio calendario, dunque, ma una continuità sostanziale con il tema della catechesi: la Quaresima è essa stessa ascolto, è rimanere in quella relazione dialogica che Dio ha instaurato con l’umanità. L’«unica Parola sempre nuova» sarà, anche nel deserto quaresimale, l’unica capace di offrire le sue ricchezze inesauribili. E la comunità, riunita attorno alla Scrittura e ai Sacramenti, scoprirà ancora una volta che l’amicizia con Dio — quella amicizia di cui parlava Agostino — è l’unico bene che non conosce consunzione.




