Zelensky a Bruxelles: l'Europa decida ora o saranno solo parole vuote

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Volodymyr Zelensky ha scelto di recarsi di persona al vertice europeo a Bruxelles, affrontando un viaggio reso necessario dall'urgenza di una crisi che lui stesso definisce di sopravvivenza, per spingere i Ventisette a una decisione che non ammette ulteriori rinvii. Il presidente ucraino, il quale ha sottolineato come senza un sostegno finanziario massiccio la capacità di difesa del suo Paese verrebbe meno, ha posto un termine perentorio alla riflessione comunitaria: la fine di quest'anno. La posta in gioco, delineata senza mezzi termini nel corso degli incontri, è lo scongelamento degli asset russi bloccati nei conti europei, un pacchetto il cui valore è stimato in 210 miliardi di euro, che dovrebbe fungere da garanzia per un prestito di riparazione. Se questa misura non venisse approvata, avverte Kiev, l'esaurimento della liquidità per lo Stato aggredito sarebbe una concretezza già nella prossima primavera, con ripercussioni immediate sulla produzione bellica, a partire dalle fabbriche di droni.

La posta in gioco oltre i fondi

Il discorso di Zelensky, però, ha trasceso la pura questione economica, toccando il nervo scoperto della credibilità internazionale del progetto europeo. “Se non ci sarà una decisione”, ha affermato il leader, “tutte le parole che abbiamo sentito per anni sulla solidarietà, l’autonomia, la capacità dell’Europa di difendere la giustizia a livello globale, saranno prive di significato”. Una dichiarazione che carica il voto di un significato politico assoluto, trasformandolo in un test sull'unità e sulla capacità di azione dell'Unione di fronte a una guerra di aggressione che ne mina i confini e i principi fondativi. La scelta di Bruxelles come palcoscenico per questo appello non è casuale, poiché coincide con l'avvio di un nuovo round di colloqui tra rappresentanti statunitensi e russi a Miami, incontri dei quali il Cremlino ha dichiarato la propria disponibilità, mentre da Kiev giunge l'allarme su una concentrazione di oltre settecentomila militari russi schierati per una possibile nuova offensiva.

Lo scenario militare e le pressioni incrociate

Il contesto in cui si inserisce questa corsa contro il tempo è infatti segnato da una duplice pressione, militare e finanziaria, che stringe Kiev in una morsa sempre più stretta. Da un lato, le dichiarazioni provenienti da Mosca, le quali dopo aver paragonato gli europei a “porcellini” seguaci della politica di Biden, hanno riaffermato la volontà di procedere con mezzi militari per la “liberazione” delle terre del Donbass qualora venisse rifiutato il negoziato. Dall'altro, la necessità vitale per l'Ucraina di garantire un flusso costante di risorse per sostenere non solo l'esercito ma l'intera economia di guerra, minacciata dal prosciugamento delle casse statali. Zelensky ha legato esplicitamente le due dimensioni, sostenendo che la capacità di difendersi dipende direttamente dall'aiuto finanziario, in un momento in cui la possibilità di un logoramento del sostegno occidentale rappresenta uno spettro concreto.

Il nodo della credibilità e l'unità europea

La mossa del presidente ucraino è dunque un tentativo di trasformare la discussione tecnica sull'utilizzo dei beni russi congelati in un punto di non ritorno politico per l'Unione. La sua argomentazione ruota attorno al concetto che un mancato trasferimento di quelle risorse a Kiev costituirebbe “un grande problema” non solo per l'Ucraina, ma per la stessa Europa, la quale si troverebbe a dimostrare una fragilità decisiva in uno dei frangenti storici più delicati dalla fine della Guerra Fredda. In questa prospettiva, l'unità dei Ventisette, invocata a gran voce nelle capitali del Vecchio Continente, viene da Zelensky misurata esclusivamente sulla volontà di schierarsi in modo compatto al fianco del suo Paese, una scelta che comporta il superamento di esitazioni e divisioni interne attraverso un atto concreto e di enorme portata simbolica.

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