Mercati in apnea tra il petrolio a 110 dollari e le parole (vuote) di Trump

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La settimana borsistica, accorciata dalle festività pasquali, si è chiusa ieri in territorio prevalentemente negativo per le piazze europee, con gli investitori che si sono trovati a fare i conti con uno scenario energetico esplosivo e pressioni inflazionistiche in agguato. Se da un lato l’Iran ha fatto sapere di stare redigendo un protocollo con l’Oman per regolamentare – o forse per giustificare – il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, dall’altro la Gran Bretagna ha rivelato che una quarantina di paesi stanno studiando un’azione comune per impedire a Teheran di tenere “in ostaggio l’economia globale”. Una guerra, quella in corso nel Golfo, che ha spinto il greggio ben oltre la soglia dei 110 dollari al barile, alimentando il nervosismo anche sui listini asiatici, dove Tokyo ha provato a tenere la testa fuori dall’acqua con un progresso dell’1,25% mentre Hong Kong affondava dello 0,7%.

L’altalena delle emozioni (e dei listini) in una settimana breve

Nonostante i pochi giorni a disposizione, il mercato è riuscito comunque a regalare due facce della stessa medaglia agli investitori. Un’alternanza di umori che ha trovato il suo apice nel discorso alla nazione di Donald Trump, un intervento che è apparso più come la cronologia dei suoi post su Truth Social che come un aggiornamento serio sulla strategia americana in Medio Oriente. Il presidente, che ora siede nuovamente alla Casa Bianca, ha rivendicato una lunga lista di successi, minimizzando le battute d’arresto e insistendo – con una sicurezza che rasenta l’autoconvincimento – sulla volontà di chiudere l’intervento militare “a breve, molto a breve”. L’ha definita un’epoca della pietra, quella che attende l’Iran, ma a giudicare dai numeri di Piazza Affari e non solo, a finire schiacciati dal peso delle sue parole sono stati proprio i mercati.

Il petrolio vola e l’inflazione torna a bussare alla porta dell’Eurozona

La tensione, infatti, è palpabile. Il discorso di Trump non solo ha fallito l’obiettivo di rassicurare i trader, ma ha gettato nuova benzina sul fuoco delle speculazioni energetiche, con il Brent che ha toccato quota 109 dollari al barile. A Milano il FTSE MIB ha chiuso piatto o poco peggio, segnando un -0,20%, un risultato che è frutto di spinte contrastanti: da una parte il crollo dei titoli del credito, con Unicredit e BPM sotto tiro, dall’altra il rally del comparto energetico, trainato da un’Eni che ha guadagnato oltre il 4%. E proprio l’inflazione, guarda caso, ha iniziato a dare i primi segnali di risveglio nell’Eurozona, salita al 2,5% a marzo: un dato che, sebbene leggermente sotto le attese, è stato determinato esclusivamente dal caro energia, mentre il cosiddetto “core” ha invece mostrato un timido rallentamento.

L’incognita Hormuz e l’ombra lunga della Casa Bianca

A pesare sugli umori, più ancora dei numeri macroeconomici, è la consapevolezza che lo Stretto di Hormuz resti un collo di bottiglia pericolosamente chiuso. L’annuncio di Teheran riguardo al protocollo con l’Oman è stato letto dagli analisti come un tentativo di gestire unilateralmente il passaggio, una mossa che rischia di normalizzare di fatto il blocco. Nonostante Trump abbia liquidato la questione quasi con noncuranza – sostenendo che gli Stati Uniti non dipendano da quella rotta e che si aprirà “naturalmente” a conflitto finito – la realtà dei fatti racconta di un’economia globale in apnea. Le parole del presidente, tra l’altro, non hanno chiarito nemmeno quale sia l’obiettivo finale di questa amministrazione: ci si chiede se si voglia un semplice contenimento, una deterrenza efficace o un cambio di regime a Teheran. Nel frattempo, però, la BCE guarda al futuro con preoccupazione, consapevole che lo shock energetico in corso potrebbe rivelarsi più duro e duraturo del previsto, spingendo Francoforte a dover ricorrere a nuovi rialzi dei tassi per arginare una spirale che, partendo dai costi di produzione, rischia di travolgere i prezzi al consumo.

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