Gianluca Gazzoli, il libro di Marco Cattaneo e il «Rapirò Gianfranco Zola» tra i tormentoni dell’estate
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è stato un momento, nella puntata del 7 aprile 2026 del programma di Gianluca Gazzoli, in cui l’ospite in studio – Marco Cattaneo, che già una settimana prima, il 30 marzo, aveva occupato quella stessa sedia in veste di supplente al Summercamp – ha provato a mettere a fuoco un fenomeno curioso. Quello, per intenderci, di un libro che non esiste ancora come lo si immagina, o forse esiste fin troppo, visto che il suo titolo, «Rapirò Gianfranco Zola», è già diventato una specie di refrain, un tormentone capace di vivere di vita propria prima ancora che il volume tocchi gli scaffali. E Cattaneo, nel corso di quei dodici minuti e quarantaquattro secondi di conversazione, lo ha spiegato con una certa ironia: si tratta della “vera storia” di un’impresa mai compiuta, di un gesto estremo che qualcuno ha solo minacciato, eppure quel verbo al futuro, quell’indicazione di un fuoriclasse del calcio italiano, hanno innescato un meccanismo narrativo più potente del fatto stesso.
Jim Carrey, l’irriconoscibile trasformista che preoccupa i fan
Quasi in parallelo, un’altra storia di maschere e identità perdute ha attraversato i palinsesti di questi giorni, in particolare nel programma «Blob» del 3 aprile 2026. Lì, nei suoi consueti venti minuti di “surrogato televisivo” – così lo definiscono gli autori, con quella capacità di smontare e rimontare il video che da decenni è il marchio di fabbrica della trasmissione – si è tornati a parlare di Jim Carrey. L’attore, che aveva folgorato il pubblico con «The Mask» e una carriera di slapstick furioso, oggi appare irriconoscibile. Non è solo una questione di invecchiamento, si badi, ma di una lenta e progressiva ritirata dalle scene, inframmezzata da rivelazioni sulla propria depressione, da polemiche roventi (alcune delle quali legate a posizioni pubbliche molto discusse) e da un percorso spirituale che lo ha allontanato dal stesso del divismo hollywoodiano. Il suo eventuale ritorno sullo schermo, suggeriscono le immagini d’archivio rimontate da «Blob», genera più ansia che attesa tra i fan: nessuno sa quale volto – quello del comico esplosivo o quello del filosofo stanco – si presenterà mai più davanti a una macchina da presa.
L’inchiesta quotidiana di «Ore 14» e la cronaca senza spettacolarizzazione
Diverso il tono, inevitabilmente, per un’altra finestra televisiva della stessa settimana: «Ore 14» del 3 aprile 2026, il programma condotto da Milo Infante che per oltre settantasei minuti si immerge ogni giorno nelle pieghe giudiziarie e investigative dell’attualità. Qui non c’è spazio per il tormentone o per il divo in declino. Qui si segue, con la lente del montaggio serrato, lo sviluppo di inchieste che raramente trovano spazio nei telegiornali tradizionali. E in una delle ultime edizioni, senza che vengano forniti nomi o dettagli espliciti, è emerso il resoconto di un fatto di cronaca nera trattato con il consueto rigore: nessuna spettacolarizzazione del dolore, ma l’analisi di un filone investigativo ancora aperto, con gli inquirenti che procedono per esclusione su una serie di testimonianze raccolte nelle settimane precedenti. La forza della trasmissione, del resto, sta proprio lì: nel non cedere alla tentazione della sentenza anticipata, limitandosi a documentare lo stato dell’arte delle indagini.
Il montaggio come rivelazione, tra Zola, Carrey e il telegiornale smontato
Quel che lega i tre momenti – la chiacchiera in studio di Gazzoli con Cattaneo, il frammento su Jim Carrey in «Blob», l’aggiornamento processuale di «Ore 14» – è forse una certa idea di montaggio. Non quello tecnico, ma quello mentale. Perché «Rapirò Gianfranco Zola», spiega Cattaneo senza aggiungere dettagli superflui, è un libro che parte da un’assurdità (l’intenzione dichiarata di qualcuno di rapire l’ex calciatore) per raccontare qualcosa di vero sull’immaginario collettivo. Così come il Carrey smontato da «Blob» è un attore che ha subito un montaggio della propria vita pubblica, tra cadute e ascese. E le inchieste di «Ore 14», infine, sono un montaggio di voci, indizi e silenzi istituzionali. In ciascun caso, insomma, quello che vediamo – o ascoltiamo – è sempre il risultato di una scelta di cosa tenere e cosa escludere. E forse, proprio per questo, un titolo come «Rapirò Gianfranco Zola» funziona: perché lascia fuori la parte noiosa della storia, tenendo solo la promessa di un colpo che non verrà mai realmente messo a segno.




