Il ritratto indiscreto: Susie Wiles e le ombre nella West Wing di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In un pranzo consumato nel suo ufficio d’angolo della West Wing, Susie Wiles ha ricostruito con meticolosa precisione una mattinata tipo, quella in cui accompagna il presidente Donald Trump dalla residenza allo Studio Ovale, offrendogli previsioni elettorali che lui, scherzando ma non troppo, attribuisce a doti quasi divinatorie. «Sono io quella che ci mette la faccia», ha confessato al giornale, «perché lui pensa che io sia una veggente». Una dinamica, questa, che dipinge un rapporto di fiducia insolito e privilegiato all’interno di un’amministrazione spesso descritta come tumultuosa, dove il capo dello staff esercita un’influenza profonda, sebbene preferisca tradizionalmente operare lontano dai riflettori.

La stratega del caos e il potere discreto

La scelta di Wiles di concedere undici interviste registrate e citabili a Vanity Fair rappresenta, per molti osservatori, una clamorosa inversione di tendenza per una professionista che ha fatto della discrezione la sua arma principale. Vent’anni fa, interrogata sulla sua attività, rispose di vendere «strategia e pianificazione», puntando sulla capacità di «creare ordine dal caos» e di «capovolgere situazioni e percezioni». Abilità che, stando al racconto, sono state messe alla prova quotidiana in una Casa Bianca dove, a suo dire, il presidente possiede «una personalità da alcolizzato», intesa come la convinzione che «non c’è nulla che non possa fare», e dove figure di primo piano come il vicepresidente vengono etichettate, sempre nelle sue parole, come «complotiste».

Un’amministrazione sotto la lente: dai file alle epurazioni

I colloqui, protrattisi per mesi, hanno spaziato su un ampio ventaglio di dossier scottanti, toccando con una franchezza inconsueta temi di grande impatto. Si è discusso, infatti, del contenuto e delle pesanti conseguenze scaturite dalla pubblicazione dei cosiddetti «Epstein files», documenti legati a indagini di cronaca nera trattate con il dovuto riserbo, ma anche delle politiche sull’immigrazione che hanno portato a quelle che sono state descritte come deportazioni di massa. Il resoconto include pure riferimenti allo smantellamento di agenzie umanitarie, una mossa voluta da influenti personalità esterne, e al controverso impiego della Guardia Nazionale in territorio statunitense, decisioni che hanno sollevato non poche polemiche.

Il peso delle parole e l’architettura del potere

L’intervista, che si è concentrata sui fatti evitando di anticipare sviluppi futuri, ha pure affrontato le modifiche strutturali agli edifici della presidenza e operazioni militari contro il narcotraffico, azioni che alcuni commentatori hanno duramente criticato. Emerge, dal lungo dialogo, il profilo di una consigliera potentissima, che Trump stesso avrebbe «graziato» metaforicamente per la sua indispensabilità, al punto che in molti, all’interno del complesso mondo della politica, considerano lei la persona più influente di tutte. Una figura che, pur muovendosi con cautela nell’ombra, ha deciso di offrire uno sguardo senza filtri sulla macchina amministrativa e sulle personalità che la guidano, consegnando alla stampa un documento di straordinaria rilevanza per comprendere le dinamiche di potere attuali.

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