Raid Usa in Iran e la citazione di Trump a “The West Wing” tra proiezioni e attacchi reali
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Redazione Esteri
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La rappresaglia promessa da Donald Trump, dopo l’abbattimento di un elicottero d’attacco Apache AH-64 nello Stretto di Hormuz avvenuto nella notte tra lunedì e martedì, si è concretizzata con un’operazione mirata delle Forze armate degli Stati Uniti lungo la costa meridionale dell’Iran.
Gli apparati di difesa aerea, i radar e i posti di controllo nella regione – obiettivi dichiarati del Comando Centrale americano (Centcom) – sono stati colpiti per rispondere a quella che Washington ha definito una “aggressione ingiustificata”; l’equipaggio del velivolo, va ricordato, è stato tratto in salvo al largo dell’Oman da un drone navale senza equipaggio, segnando il primo utilizzo pubblico di questa tecnologia in una missione di recupero in acque contestate.
La replica di Teheran non si è fatta attendere: i Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato attacchi aerei e missilistici contro la base della Quinta Flotta in Bahrein e la struttura militare di al-Azraq in Giordania, sostenendo di aver centrato hangar per caccia F-35 e centri di comando, mentre i governi di Bahrein e Kuwait hanno confermato l’attivazione delle difese aeree per intercettare i vettori ostili.
L’estetica della forza e il dilemma della proporzionalità
A spezzare il linguaggio asciutto dei comunicati militari ci ha pensato, in un modo che ormai conosciamo bene, lo stesso presidente Trump che ha trasformato i suoi canali social in una sorta di estensione narrativa del conflitto. Per giustificare la durezza della risposta americana – o meglio, per superare il concetto stesso di “risposta proporzionata” – il presidente ha pubblicato un frammento della serie televisiva “The West Wing”, andata in onda tra il 1999 e il 2006.
Nella clip, che appartiene all’episodio intitolato “A Proportional Response” della prima stagione, il presidente immaginario Josiah Bartlet (interpretato da Martin Sheen) rimprovera i propri consiglieri militari affermando che, se si uccide un americano, la reazione non deve essere proporzionata ma una “catastrofe totale”. C’è una sottile, e forse voluta, ironia nella scelta di Trump: nell’episodio originale, il presidente Bartlet – dopo aver tuonato contro i suoi collaboratori – finisce comunque per optare per la risposta proporzionata, proprio per evitare un massacro di civili.
Il fatto che il presidente degli Stati Uniti abbia scelto di ignorare la morale della finzione per abbracciarne solo la retorica più bellicosa racconta molto della tensione che attraversa in queste ore il tavolo delle trattative.
L’incidente di Hormuz e la rottura della tregua
L’abbattimento dell’Apache, il primo subìto dall’esercito americano dall’inizio delle ostilità su larga scala (risalenti alla fine di febbraio), è avvenuto in un momento politico delicatissimo, proprio mentre Trump dichiarava ai giornalisti che l’accordo di pace con Teheran fosse “a due o tre giorni” di distanza.
I due piloti, come confermato dalle stesse comunicazioni presidenziali, sono illesi e si trovavano in una missione di routine di pattugliamento quando il velivolo è stato centrato; una circostanza che ha spinto il presidente a scrivere su Truth Social che “l’Iran ha perso troppo tempo per negoziare” e che “il bullo del Medio Oriente è morto”, parole che hanno immediatamente innalzato il livello di guardia oltre la semplice replica militare.
La risposta iraniana, oltre ai danni materiali denunciati dalle tv di Stato (esplosioni udite in diverse città costiere lungo il Golfo Persico), ha incluso anche un raid contro obiettivi statunitensi in Giordania, dove si trova la base di Azraq, espandendo di fatto il perimetro geografico di uno scontro che rischia di coinvolgere sempre più attori regionali in modo diretto.
La recrudescenza sul fronte libanese
Mentre l’attenzione dei media globali è catalizzata dal duello a distanza tra Washington e Teheran, un altro fronte caldo – quello israelo-libanese – continua a bruciare con intensità crescente, mostrando la natura sistemica della crisi mediorientale. Solo nelle ultime ore, l’aeronautica israeliana ha bombardato la città portuale di Tiro, nel sud del Libano, causando la morte di almeno otto persone in quella che le agenzie di stampa descrivono come una massiccia escalation contro le posizioni di Hezbollah.
Questi raid, che hanno colpito in particolare il quartiere cristiano della città per la prima volta da mesi, si inseriscono in una strategia più ampia che Israele sta portando avanti mentre le diplomazie internazionali tentano di arginare il conflitto a Gaza e in Iran.
Si viene così a creare una pericolosa triangolazione: gli Stati Uniti bombarda l’Iran in risposta all’abbattimento di un elicottero, l’Iran colpisce basi americane nei Paesi del Golfo, e Israele – tradizionale alleato americano – intensifica la pressione sul Libano, dove l’influenza iraniana si esercita per procura attraverso la milizia sciita. Un quadro che suggerisce come l’abbattimento dell’Apache non sia stato un episodio isolato, ma piuttosto la scintilla che ha incendiato una miccia già cortissima.




