La vodka nella borraccia e l’omertà delle compagne: 15enne in coma etilico durante la gita a Ostuni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È bastato un banale stratagemma – quello di riempire un’anonima borraccia con un mix di Vodka e Jägermeister – per eludere la sorveglianza dei docenti accompagnatori e trasformare un viaggio d’istruzione in una notte di paura. La ragazza, una quindicenne di Osimo che frequenta il secondo anno dell’istituto Corridoni-Campana, si è accasciata nella sua camera d’albergo a Ostuni dopo aver ingerito un cocktail superalcolico, finendo in coma etilico. Mentre i sanitari la strappavano al rischio di conseguenze ben peggiori, le compagne presenti – forse paralizzate dal timore di sanzioni disciplinari o forse complici di un codice di silenzio che spesso accompagna queste trasgressioni – hanno inizialmente minimizzato l’accaduto, ritardando la richiesta di aiuto.

Il ricovero e la corsa della famiglia

La chiamata ai professori accompagnatori è scattata solo quando la situazione è apparsa ormai fuori controllo, scatenando la macchina dei soccorsi. La studentessa, ridotta in stato di incoscienza, è stata caricata su un’ambulanza e trasportata d’urgenza in ospedale, dove i medici hanno lavorato per stabilizzarla. La notizia della figlia in coma ha raggiunto la famiglia a centinaia di chilometri di distanza, costringendo i genitori a mettersi immediatamente in macchina per coprire il tragitto di circa 500 chilometri che separa le Marche dalla Puglia, nell’angoscia di non sapere cosa avrebbero trovato all’arrivo.

Un precedente nascosto e la replica della dirigente

Dietro l’ombra di questo episodio – che ha scosso profondamente l’istituto, considerato uno dei migliori a livello regionale – emerge il ricordo di un precedente, volutamente sottaciuto, verificatosi durante la settimana bianca in Valle d’Aosta dello scorso gennaio. Nei corridoi, ancora prima che si placasse l’eco del coma etilico, si è alzata la protesta di quei professori e di quei genitori che chiedono di porre fine alla “scuola dei viaggi”, mentre la dirigente scolastica Milena Brandoni ha difeso l’operato dei docenti con una battaglia frontale: “Non siamo poliziotti”. Intervenuta a distanza dopo essere stata svegliata alle quattro del mattino, la preside ha riferito di aver ricevuto le scuse del padre della ragazza, definito “gentilissimo” per essersi scusato per il comportamento della figlia.

Controlli impossibili e responsabilità condivise

Sotto accusa, in queste ore, finisce soprattutto il sistema di controllo delle gite, rivelatosi clamorosamente fallace di fronte all’astuzia del travaso del liquore. Nessun insegnante, nel dare un’occhiata veloce agli zaini o nel vigilare durante il tragitto, avrebbe potuto intuire che una semplice borraccia verde o blu, quelle usate quotidianamente per mantenersi idratati, contenesse invece un potenziale letale di alcol. La prevenzione – come sostengono molte voci interne al dibattito educativo – dovrebbe partire molto prima, dall’educazione al consumo consapevole, piuttosto che limitarsi a una repressione a posteriori che, in questo caso, si è rivelata drammaticamente inefficace.

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