Referendum giustizia, il costituzionalista Stefano Ceccanti: «Molti dem nell'urna voteranno Sì». E sulla riforma si infiamma lo scontro tra il ministro Nordio e l'Anm
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Redazione Interno
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Il fronte trasversale dei giuristi che guardano con favore alla riforma costituzionale sulla giustizia, quella che il 22 e 23 marzo sarà sottoposta al vaglio degli elettori, si allarga includendo voci che dal centrosinistra, e persino dal Partito democratico, esprimono un orientamento difforme dalla linea ufficiale del Nazareno. Ne è un esempio lampante il professor Stefano Ceccanti, costituzionalista di chiara fama ed ex parlamentare del Pd, il quale non solo ha annunciato il suo voto favorevole, ma ha anche argomentato, in un ragionamento che parte da lontano, come questo intervento correttivo rappresenti «la logica conseguenza della modifica alla Costituzione del 1999», quella sull’articolo 111 voluta proprio dalla sinistra per introdurre il giusto processo e il contraddittorio. Un ragionamento, il suo, che fa leva sulla necessità di completare un percorso avviato oltre vent’anni fa, quello della piena attuazione del modello accusatorio, laddove la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e il conseguente sdoppiamento del Csm altro non sarebbero che il tassello finale per garantire al cittadino un giudice davvero terzo e imparziale sin dalle fasi preliminari del procedimento. Una posizione, questa, che stride apertamente con la campagna per il No sostenuta dalla segretaria Elly Schlein, la quale vede nella riforma, al contrario, un tentativo di mettere i magistrati sotto il controllo dell’esecutivo, evocando scenari politici che nulla avrebbero a che fare con la tecnica costituzionale.
Lo scontro politico-istituzionale e l'ombra del "sistema paramafioso"
A infiammare ulteriormente il clima, a poche settimane dal voto, ci hanno pensato le dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio, il quale, difendendo la riforma da lui promossa, ha utilizzato espressioni che hanno scatenato un putiferio politico. Nel descrivere il meccanismo di elezione dell’attuale Consiglio superiore della magistratura, il Guardasigilli ha parlato di un «meccanismo para-mafioso», di un «verminaio correntizio» che solo il sorteggio dei componenti togati, previsto dalla nuova legge, potrebbe definitivamente interrompere. Parole pesantissime, che hanno immediatamente provocato la reazione dell’Associazione nazionale magistrati, la cui giunta esecutiva ha parlato di «pozzi avvelenati» e di un’offesa alla memoria di chi ha sacrificato la vita nella lotta alla criminalità organizzata. Le opposizioni, con Elly Schlein in prima fila, hanno chiesto a gran voce che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni prendesse le distanze da un’espressione che accostava un organo costituzionale, presieduto di diritto dal capo dello Stato, ai metodi della mafia, ma dal partito di maggioranza, per ora, non è giunta alcuna sconfessione.
La replica del ministro e il contrattacco della maggioranza
Nordio, lungi dal fare marcia indietro, ha replicato definendo «scomposta» l’indignazione altrui e precisando di non aver fatto altro che citare dichiarazioni ben più risalenti, e precisamente quelle pronunciate nel 2019 dall’allora procuratore antimafia Nino Di Matteo, figura generalmente invisa alla destra ma stimata a sinistra, il quale aveva parlato espressamente di «mentalità e metodo mafioso» all'interno del Csm. Una difesa ad personam, la sua, che sposta il terreno della polemica sul piano del doppiopesismo: ciò che era lecito ieri per un magistrato osannato dal centrosinistra, insomma, oggi non potrebbe essere tollerato se detto da un esponente dell’esecutivo. Sul versante opposto, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, ha rincarato la dose, sostenendo che la sinistra e una parte della magistratura stiano cavalcando la polemica contro Nordio per coprire le «oscenità» pronunciate dal procuratore di Napoli Nicola Gratteri. Quest’ultimo, nelle scorse settimane, aveva infatti dichiarato che al referendum voteranno Sì «gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere», alimentando un’altra polemica parallela e dimostrando come il livello dello scontro, dentro e fuori le aule giudiziarie, abbia ormai raggiunto punte di tensione elevatissime.
Il nodo politico dentro il Partito democratico
Al di là degli scontri verbali, che pure infiammano i talk show e le pagine dei quotidiani, la questione più rilevante sul piano politico resta quella sollevata da Ceccanti: esiste una parte non trascurabile dell’elettorato di centrosinistra, e probabilmente anche di parlamentari e ex parlamentari dem, che non si riconosce nella linea del No e che, una volta entrata nella cabina elettorale, potrebbe esprimere un voto personale favorevole alla riforma. Un fenomeno, questo, che richiama alla memoria altri appuntamenti referendari del passato, dal divorzio all’aborto, quando trasversalità e libertà di coscienza spezzarono gli schemi dei partiti. Il costituzionalista, intervistato da varie testate, insiste su un concetto: i referendum costituzionali non sono un’appendice delle elezioni politiche, ma un momento di scelta puntuale su un testo, e su quel testo ognuno dovrebbe sentirsi libero di votare secondo coscienza, al di là delle strumentalizzazioni del contesto. Uno scenario che, se dovesse concretizzarsi in un’alta affluenza, potrebbe ribaltare le previsioni della vigilia, rendendo il voto di primavera un vero e proprio rebus per i leader di tutti gli schieramenti, costretti a fare i conti con una base molto meno allineata di quanto i comunicati ufficiali lascino intendere.




