Pasdaran, lo stallo di Hormuz diventa un affare: il “nuovo ordine” e il prezzo per passare

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Che nello Stretto di Hormuz si stia preparando “un nuovo ordine”, lo dicono senza mezzi termini i Guardiani della Rivoluzione. E lo precisano, quasi fosse un avviso ai naviganti: “Le condizioni di transito per le navi non torneranno mai a quelle precedenti l’inizio della guerra, in modo particolare per Stati Uniti e Israele”. Una dichiarazione, questa rilasciata nelle ultime ore, che fotografa una realtà ormai consolidata, dove il vecchio equilibrio basato sulla libertà di navigazione è stato sostituito da un regime di controllo asfissiante, gestito direttamente da Teheran. Nelle ultime ventiquattr’ore, nonostante le tensioni, sarebbero transitate quindici navi; un numero esiguo se paragonato al flusso potenziale, ma sufficiente a tenere aperto un canale che l’Iran non ha alcuna intenzione di richiudere del tutto, nemmeno a fronte di ipotetiche tregue.

La linea dura di Teheran e il veto sulla tregua

Dal canto suo, il governo iraniano ha escluso categoricamente la possibilità di riaprire lo Stretto in cambio di una sospensione temporanea delle ostilità. Una proposta, quella di un cessate il fuoco legato al transito, era stata ricevuta dal Pakistan ed è ora al vaglio delle autorità locali, ma senza che ciò alimenti alcuna illusione: la fine della crisi, stando a quanto filtra dagli ambienti diplomatici, non è all’orizzonte. I Pasdaran ribadiscono che Hormuz non sarà più come prima, e lo dimostrano con i fatti, imponendo di fatto un pedaggio implicito a chiunque voglia attraversare le acque del Golfo. Nel frattempo, l’agenzia Tasnim ha reso noto – citando un comunicato ufficiale dei Guardiani della Rivoluzione – la morte del capo dell’intelligence dei Pasdaran, ucciso in un raid. L’annuncio parla di “martirio del generale di divisione Seyed Majid Khadami”, descritto come un uomo potente e colto alla guida dell’organizzazione investigativa. Un fatto di cronaca nera che si intreccia con le dinamiche belliche, ma sul quale al momento non sono stati forniti ulteriori dettagli operativi o rivendicazioni.

Il costo del passaggio: un affare da cento miliardi

Ciò che rende unica la situazione odierna, e che pochi osservatori avevano previsto con chiarezza, è la trasformazione del blocco in una gigantesca macchina da soldi. L’asta dello Stretto è infatti già in corso: i paesi considerati “non ostili” devono pagare – pare, stando a fonti iraniane raccolte da analisti – fino a due milioni di dollari a nave per poter transitare. E nel listino, tenuto criptato dalle stesse Guardie Rivoluzionarie, esisterebbe persino uno “sconto amicizia” per quei vettori che vantano buoni rapporti con Teheran. Se circa centoquaranta navi al giorno versassero davvero importi del genere, i ricavi annuali potrebbero superare i cento miliardi di dollari. Una cifra che trasformerebbe Hormuz in una nuova miniera per l’Iran, alimentando il suo bilancio in un momento di gravi sanzioni internazionali.

Chi ci guadagna (e chi invece perde) dalla chiusura

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la chiusura dello Stretto non sta producendo soltanto danni. Anzi, c’è chi dal blocco sta guadagnando, e non poco. L’Iran, in qualità di controllore della via d’acqua, è il primo beneficiario, ma non è l’unico. Insieme a Teheran, anche l’Oman e l’Arabia Saudita stanno facendo registrare ingenti guadagni, sfruttando le difficoltà di altri Stati privi di rotte di spedizione alternative. Secondo un’analisi di Reuters, quei paesi – costretti a cercare percorsi più lunghi e costosi, oppure a pagare il pedaggio imposto – hanno perso miliardi di dollari. Si profila così una mappa energetica ridisegnata, dove i vecchi oleodotti e i porti secondari diventano improvvisamente risorse strategiche per aggirare il blocco. Ma il meccanismo, per quanto redditizio per alcuni, resta instabile: la precarietà della tregua, l’assenza di garanzie e la pressione militare costante rendono ogni transito una scommessa.

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