Il filosofo armato e l’ingegnere europeo: Palantir e Mistral AI, due manifesti per un solo campo di battaglia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’intelligenza artificiale continua a essere il terreno sul quale si gioca la prossima grande partita globale, sebbene questo ritornello rischi di diventare stantio dopo tre anni di ripetizioni. Per comprendere le regole, ancora fumose, di questa competizione, è necessario mettere a confronto due documenti recenti che ne rivelano la posta in gioco. Da un lato, The Technological Republic, il manifesto – o forse sarebbe più corretto definirla una “dottrina” – firmato da Alexander Karp e Nicholas Zamiska di Palantir, un libro uscito oltre un anno fa ma riassunto solo in questi giorni in un post sul social network X, creando un notevole scompiglio. Un caso, quest’ultimo, che testimonia amaramente come nessuno legga più i testi integrali, e il dibattito pubblico si accenda soltanto quando le idee vengono distillate in forma di bignami. Dall’altro lato, e in apparente controtendenza, si staglia il livre blanc (o “playbook”) di Mistral AI, l’azienda francese che ha scelto di diffonderlo in inglese con il Titolo European AI: A Playbook to Own It, firmato dal ceo Arthur Mensch. Leggerli insieme, questi due testi, è un’operazione tanto deprimente quanto esaltante, perché mette a nudo la frattura incolmabile che separa la Silicon Valley bellicista dal Vecchio Continente, eternamente diviso tra ambizioni di sovranità digitale e una cronica incapacità di tradurle in fatti concreti.

La dottrina della potenza dura secondo Palantir

Il documento diffuso da Palantir – ventidue punti che sintetizzano il pensiero del suo eccentricissimo ceo, quel Alexander Karp che vanta un dottorato in teoria sociale sotto la guida di Jürgen Habermas e, allo stesso tempo, dichiara di essere “un artista con la pistola” – non è una lista di buoni propositi aziendali, ma piuttosto un vero e proprio trattato di geopolitica tecnologica. Karp sostiene che la Silicon Valley abbia un “debito morale” verso la nazione che ne ha reso possibile l’ascesa: un debito che, a suo giudizio, andrebbe saldato abbandonando lo sviluppo di futili app per concentrarsi sulla difesa nazionale e, in particolare, sulla costruzione di armi basate sull’intelligenza artificiale. La domanda, scrive Karp, non è se queste armi verranno costruite, ma chi lo farà e per quale scopo. La sua risposta è netta: devono costruirle le democrazie, perché gli avversari autoritari non si faranno certo scrupoli. Il manifesto, però, non si limita alla sfera militare: invoca la leva obbligatoria, attacca la “tirannia delle app” come simbolo di decadenza consumistica e, nel passo che ha suscitato le polemiche più feroci, arriva a sostenere che alcune culture siano “disfunzionali e regressive”. Quest’ultima affermazione, a giudizio di chi scrive, è un azzardo retorico che rischia di minare la credibilità di un’analisi per altri versi lucida, trasformando un discorso sul primato tecnologico in una pericolosa gerarchia antropologica.

L’imbarazzo britannico e i contratti a rischio

Le conseguenze di questa provocazione non si sono fatte attendere, specialmente oltremanica, dove il governo laburista si trova ora in una posizione quanto mai scomoda. Deputati di tre diversi partiti britannici hanno chiesto al governo di riconsiderare gli accordi con l’azienda californiana, inclusi contratti pubblici per un valore complessivo che supera i cinquecento milioni di sterline. Il più controverso di questi è l’accordo da trecentotrenta milioni con l’NHS (il servizio sanitario nazionale) per la cosiddetta federated data platform, un’infrastruttura digitale che dovrebbe raccogliere e analizzare i dati dei pazienti. Le critiche, in questo caso, non sono soltanto politiche ma anche tecniche: come riportato dal British Medical Journal, alcuni esperti hanno definito “fallaci” i dati utilizzati per giustificare l’espansione del software di Palantir all’interno del sistema sanitario, suggerendo che i benefici dichiarati fossero in realtà frutto della normale ripresa post-pandemica. Palantir, dal canto suo, si difende sostenendo di portare efficienza e di rispettare rigorosamente la privacy, ma la pressione politica è tale che il rinnovo del contratto, previsto per l’inizio del prossimo anno, è tutt’altro che scontato.

La strategia operativa di Mistral AI per l’autonomia europea

Se Karp predica una crociata tecnologica, il ceo di Mistral AI, Arthur Mensch, preferisce proporre una strategia. Il playbook della startup francese, nata dai ricercatori formati nel sistema delle grandes écoles e passati attraverso le maglie di Google DeepMind e Meta, ha un registro completamente diverso: è operativo, concreto, quasi burocratico nella sua precisione. Mensch non si lancia in invettive sulla decadenza dell’Occidente, ma elenca ventidue misure pratiche per colmare il divario che separa l’Europa dagli Stati Uniti e dalla Cina. La diagnosi è spietata: il 40% delle aziende europee fatica ad assumere talenti nel settore dell’AI, i mercati sono frammentati in ventisette compartimenti stagni, e la burocrazia è talmente asfissiante che un ceo deve spesso occuparsi personalmente di pratiche amministrative elementari. Per uscire da questa impasse, Mistral propone un “visto europeo per l’AI” per attrarre cervelli, la creazione di un mercato unico dei capitali per il venture capital e, cosa ancora più rilevante, l’adozione preferenziale di soluzioni europee da parte della pubblica amministrazione. L’obiettivo dichiarato, insomma, è smettere di essere semplicemente un mercato per le tecnologie altrui e diventare finalmente un protagonista. La differenza tra i due manifesti è, a tutti gli effetti, la differenza tra un impero che cerca di mobilitare le sue risorse per la guerra e una confederazione che fatica persino a mettersi d’accordo su quali risorse utilizzare.

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