Fabbriche chiuse e scaffali vuoti, così finirà la guerra dei dazi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Paura e patriottismo, elementi che da sempre influenzano le scelte dei cittadini, stanno plasmando le reazioni di americani e cinesi di fronte all’inasprirsi del conflitto commerciale tra Washington e Pechino. Mentre la Cina risponde con freddezza strategica agli annunci spesso improvvisi dell’amministrazione Trump, è chiaro che la posta in gioco non è solo economica, ma riguarda soprattutto la credibilità politica delle due leadership. Il presidente americano, che ha personalmente avviato questa battaglia, punta a consolidare il consenso interno, sapendo che la stabilità del suo governo dipende dalla capacità di tenere unita l’opinione pubblica. D’altra parte, Pechino, evitando toni concitati e optando per misure calibrate, dimostra una fredda determinazione nel difendere i propri interessi senza cedere a provocazioni.
Intanto, i mercati sembrano reagire con cauta ottimismo alle prime avvisaglie di distensione. Piazza Affari, in particolare, ha registrato una performance migliore rispetto alle altre borse europee, mentre Wall Street ha chiuso in leggero rialzo dopo una settimana di altalenanti contrattazioni. L’S&P 500 ha guadagnato lo 0,74%, il Nasdaq l’1,26%, e persino il Dow Jones, seppur di misura, è riuscito a chiudere in positivo. A sostenere il mercato, la notizia che la Cina avrebbe preso in considerazione l’esclusione di alcuni prodotti statunitensi dai dazi, un segnale interpretato come un possibile preludio a negoziati più ampi.
Trump, in partenza per Roma, ha dichiarato di essere "vicino ad accordi" con diversi Paesi, tra cui il Giappone, alimentando speranze che la tensione commerciale possa gradualmente ridursi. Tuttavia, la cautela rimane d’obbligo, considerando che le trattative sono ancora in una fase delicata e che un passo falso potrebbe riaccendere le ostilità. Intanto, settori come quello tecnologico – con aziende come Intel, Nvidia e Tesla in evidenza – continuano a trainare gli indici, mentre alcune big del farmaceutico, tra cui Merck e Gilead Sciences, mostrano andamenti contrastanti.




